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‘Storie del Grattacielo’, 60 anni di Pirellone tra cultura industriale e istituzionale

Una lama che si staglia contro il cielo in tutta la sua verticalità, bucherellando le nuvole caliginose ed inondando tutto l’intorno col suo bagliore accecante, richiamando alla mente, nel suo salire vertiginoso, lo svettare delle gotiche guglie, delle colonne votive, delle torri castellane.
Un’elsa che trafigge da parte a parte la metropoli nella sua rapida orizzontalità, da nord a sud, da est ad ovest, lambendo virtualmente il centro e le periferie, esattamente come quel veloce reticolato di fili e di binari dei tram che corrono senza sosta in ognidove.
Lui, il grattacielo Pirelli, per gli amici il “Pirellone” per la maestosità delle sue dimensioni: 127 metri di altezza distribuiti in 32 piani, una superficie di 1.900 m2 e una volumetria di 125.324 m3, che ne fecero all’epoca della sua costruzione, ultimata nel 1960, il più alto d’Europa, il terzo nel mondo e per 50 anni il primo di Milano.
Osando sfidare il vincolo imposto di non superare tassativamente la “statura” del Duomo ed espiando tale colpa ponendo sulla sua sommità una piccola replica della “Madonnina”: pace fatta tra tradizione e novità, in un tacito accordo di necessaria continuità tra ciò che era e ciò che sarebbe stato.
Ed è ancora lì in tutta la sua sfolgorante grandiosità, in piazzale Duca d’Aosta, vicino alla Stazione Centrale, all’interno del nodale e nevralgico Polo Direzionale. Senza che il tempo sembri averlo segnato, dopo aver spento già 60 candeline, ognuna depositaria di un pezzo di storia dello sviluppo economico, sociale e culturale di una città e di un’intera nazione che si aprivano alla modernità, sugellandone l’imprescindibile ineluttabilità. E delle tante storie di chi quel palazzo l’ha progettato, l’ha costruito, l’ha vissuto lavorandoci dentro, ideando, programmando, innovando.
Fortemente voluto dalla celebre azienda italiana di pneumatici “Pirelli” per ospitarne gli uffici, nel luogo in cui si trovavano alcuni stabilimenti del gruppo prima della loro distruzione causata dai bombardamenti bellici, in una sorta di consecutio produttiva di una realtà in continua ascesa. Il progetto fu affidato a Gio Ponti, architetto milanese di fama internazionale, grande rinnovatore, che, insieme ad un’ottima squadra di progettisti, ingegneri e costruttori, riuscì a realizzare una struttura in calcestruzzo armato che sembrava vincere la forza di gravità con quell’equilibrato “curtain wall” che si elevava prepotentemente tagliando lo spazio, come un missile pronto al lancio verso galassie sconosciute e nuovi orizzonti. Simbolo eccelso di quella modernizzazione che si rispecchiava nei vetri diamantini della facciata, che sapeva unire innovazione tecnologica e artisticità rappresentativa, funzionalità e “bellezza”, impresa e cultura, affondando nelle solide radici di un passato di eccellenze, con i suoi massicci piloni ben sprofondati nella terra, verso un futuro di cambiamenti eccezionali.
Questa “eccezionalità” che già ribolliva nella Milano di allora, sito di incontri e di scontri, di accesi dibattiti e ragionate mediazioni, col boom industriale strettamente connesso alla trasformazione urbanistico-abitativa, la copiosa massa di genti che dal sud arrivava su tracimanti treni stridenti e fumanti in cerca di fortuna, ciascuna persona con la sua destinazione, mentre spariva ingoiata dalla nebbia per poi riapparire nei gruppi vocianti e fischiettanti degli operai che, uniti, lavoravano alacremente e, uniti, scioperavano per i loro diritti.
La fatica del lavoro, che trasuda dalle pagine di un vecchio album di famiglia, logorante, sfinente, ma che dava concretezza alle speranze di una condizione migliore. La cultura stessa del lavoro, che è principio di tutto, è il motore propulsore di ogni miglioria e di ogni mutamento significativo e “rivoluzionario”, e che una classe dirigente liberale e progressista portava avanti con convinzione: produrre sempre e produrre “bene”.
Il lavoro, un ponte lanciato tra ieri e domani, di cui quell’edificio “razionale” e “trasgressivo” ne è metafora perfetta, anche nella sua decennale veste istituzionale quale sede del Consiglio Regionale. Che riesce a vincere la ritrosia nei confronti di un’architettura in elevazione (Bruno Zevi definiva il grattacielo come un mobile bar ingigantito alla scala della città), sapendo penetrare nelle viscere del contesto cittadino per farlo suo, leggendolo, comprendendolo e restituendolo in una forma monumentale, dove al ricordo e alla memoria si unisce l’indicazione di una inedita strada da percorrere.
Il “Pirellone” continua a stupirci e a guidarci, perché, nonostante tutto, percepisce ancora un’abbondante potenziale vitalità che fa vibrare l’asfalto fino a salire sulla cima della sua terrazza panoramica. Qualche altro grattacielo sta sorgendo sul territorio, ispirato dal suo esempio, esplicando il desiderio di un rilancio creduto e voluto e certamente più che plausibile e possibile.
In nome di un “costruire” che diventa segno tangibile dell’espressione di una vocazione del “fare”, di un “carattere” propositivo, di una forma mentis lungimirante, di un destino a cui si vuole dare un’impronta, suprema ed immortale, dell’esserci stati e dell’esserci sempre.

Ombretta Di Pietro

Il volume “Storie del Grattacielo” a cura di Fondazione Pirelli e Alessandro Colombo è stato presentato venerdì 9 aprile in streaming dalla Fondazione Isec e musil in collaborazione con Erih, Fondazione Pirelli, Museimpresa, con la partecipazione di Antonio Calabrò, Fondazione Pirelli- Museimpresa; Uliano Lucas, fotoreporter; Serena Maffioletti, Università Iuav di Venezia.

 

 

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