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Dal cassetto dei ricordi del nostro lettore Giovanni Giudice la lettera scritta a Oriana Fallaci

Ci scrive il nostro lettore Giovanni Giudice per condividere dal suo cassetto dei ricordi una lettera scritta nell’agosto 2004 a Oriana Fallaci.
“La scrissi nell’estate 2004 – racconta Giudice -, avevo appena finito di leggere il suo libro, ‘Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci’, uscito proprio ai primi di agosto. Ora non posso esimermi dal rendere onore alla grande giornalista e coraggiosa scrittrice, condividendo con altri questa mia lettera”.

Carissima Oriana Fallaci,
Le scrivo per esprimerle la mia grande stima e per elogiarla.
Ho appena finito di leggere la Sua intervista fatta a se stessa e ne sono rimasto entusiasta per il suo grande potere di sintesi. E’ riuscita a condensare, in appena 126 pagine, tutto di sé, la personalità, la rabbia verso chi è sordo o fa finta di esserlo, tutte le piaghe che si stanno allargando a macchia d’olio nell’essere umano.
Alla fine della lettura mi è sembrato di conoscerla da sempre, con Ia meticolosa precisione di giornalista, con la disarmante verità di scrittrice, con le Sue espressioni ricche di “pathos”.                                                                                                                     
Mi è piaciuto molto poter leggere e capire i suoi valori interiori, comprendere tutto ciò che sta fra le righe, scritte da una persona coraggiosa e invincibile che sicuramente saprà sconfiggere “l’Alieno” che l’assedia.
Di me posso dire solamente di non essere più un giovanotto e di avere la sua stessa grinta, forgiata dalle sofferenze, dalle privazioni, dalla solitudine, dal saper parlare con me stesso. Ho perso il mio papà a quattro anni, in quell’agosto di tanti anni fa, ricordo d’avergli dato l’ultimo bacio, era steso sul letto in mezzo ad una stanza quasi al buio, circondato da tanta gente, d’allora non l’ho rivisto più.
E quando in seguito ho capito, il mio cuore si è messo a sanguinare e ancora oggi la mia ferita è sempre aperta.  E dopo  quando vivevo felice con la mia nuova famiglia, a causa di un “Alieno”, mia moglie ancora giovane morì, lasciandomi con due figli  nella più grande disperazione.
Come vede anch’io avrei tante cose da scrivere, ma non ho la sua scioltezza.  Però questo mi ha reso più combattivo e più comprensivo verso i deboli, verso coloro che subiscono ingiustizie.                                                                                                                                                      Ora cambiando argomento vorrei rispondere io alla domanda un po’  retorica fattale da quel medico gentile e intelligente.
Naturalmente nessuno pretende di cambiare il mondo da solo e in poco tempo, però ognuno di noi, compreso il medico, ha il dovere di contribuire a mettere le basi, ormai disfatte, per la rinascita di una vera democrazia, una società seria e, perché no, un mondo migliore. Come? Insegnare ai nostri figli, come si faceva una volta, di seguire sempre le regole, rispettare il  prossimo, anteporre il dovere al diritto e soprattutto insegnare loro di comprendere il vero concetto di libertà. Non intesa come “licenza, sfrenatezza, prepotenza, egoismo” (Le chiedo scusa se ho preso in prestito le sue parole) che oggi, sia i giovani che gli adulti la usano e ne abusano per i loro interessi, per il loro tornaconto.
Le leggi ci sono, ma molte sono obsolete, non rispecchiano più la vera Democrazia.
II medico dice che siamo impotenti e che non possiamo fare altro che demandare tutto ai nostri rappresentanti politici. Certo, così è molto facile, e come demandare alla scuola tutta l’educazione dei nostri figli. E il senso civico, il dovere del cittadino, dove sono andati a finire? Siamo noi che dobbiamo buttare le mele marce. Quando si parla di omertà tutti pensano ai meridionali come se fosse solo una loro prerogativa, ed invece ormai è diventata lo stereotipo della nostra vita quotidiana, la indossiamo come una corazza per proteggerci da quello che ci da fastidio, da tutto ciò che ci coinvolge.
II male maggiore che dobbiamo curare è quello di ritrovare la nostra coscienza per riconoscerci cittadini, recuperare l’amor proprio ed avere il coraggio di ribellarci alle cose ingiuste, essere più altruisti. Naturalmente anche questa è una risposta retorica e, forse utopistica, ma almeno presuppone una volontà dinamica che è ben diversa dall’inerzia, dall’indifferenza, dal restare passivi.
Carissima Oriana, con la sua freschezza d’animo, l’intelligenza, la sua penna e soprattutto con la sua voglia di vivere, deve continuare a scrivere perché questa è l’unica arma per sconfiggere ed estirpare quell’ “Alieno” maledetto che io ho ben conosciuto e combattuto.

Mia moglie non c’è più perché non l’hanno saputo curare. Neanche il grande luminare del momento che sapeva ben pubblicizzare e ben vendere le sue prestazioni, nonostante conoscesse poco il suo mestiere. Ho scoperto sulla mia pelle che esiste anche l’oncologo di grido, quello assetato di denaro, quello finto che, quando il paziente muore, ha sempre pronta la sua giustificazione: “troppo tardi, non c’era più niente da fare”. Così la sua coscienza è a posto, avanti un altro.
Bene, la ringrazio per avermi letto fino in fondo, La saluto caramente e dal mio profondo del cuore, con un abbraccio simbolico, le auguro di scrivere ancora tantissimi libri.
A presto.

                         Giovanni Giudice

 

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