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Immagini di pellegrinaggio e di esilio nella Divina Commedia di Dante

Esilio: ex-fuori e solum-terra, ossia lontano dalla propria terra. Una condizione di strappo, dalle viscerali radici; di privazione, dai personali affetti; di sconvolgimento, dell’iniquo torto subito; di vagare continuo, “per le parti quasi tutte quali questa lingua si stende”; di e in totale solitudine. Il destino di vent’anni della vita di Dante, bandito “dal dolce seno” della “bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza”, dopo la presa di potere dei Guelfi Neri (lui Guelfo Bianco!) nel 1301, a cui non poté più far ritorno, nonostante l’ardire speranzoso, morendo ravennate nel 1321 e ivi tuttor giacenti le sue umane spoglie.
Cominciò, così, il suo errare “straniero” nel mondo terreno ed “estraniato” nel mondo ultraterreno, generando, da quel suo vagabondante esperire, il peregrinante viaggio, una sorta di espiativa via crucis! del “sacro poema”. Ambientato, nell’andamento narrativo, nel 1300, ossia prima dell’effettiva espulsione esiliare: sito nel passato, evoca avvenimenti accaduti come futuri accadimenti, grazie al dono della “preveggenza” delle anime. Lo “svasamento” temporale è evidente, altresì la “grande opera” dal remoto trecentesco giunge fin ai nostri giorni col suo moderno “attualismo”, germogliando il sempiterno seme di un messaggio universale. E l’autore può allor ben parlare di sé: lecito farlo sol per difendersi da accuse ingiuriose oppur nel caso in cui le personali vicissitudini acquistino valore ed utilità anche per gli altri (come citerà all’inizio del “Convivio”).
Orbene, la parola “esilio” compare solo sei volte nella Commedia (sei come i giorni della “Ceazione”!). O sotto le vesti di “profezie post eventum”, pronunciate con ineluttabile tono oracolare da vari personaggi. Come Ciacco, Farinata degli Uberti e Brunetto Latini nell’Inferno, che gli sveleranno le lotte tra Bianchi e Neri (cagion del suo allontanamento!), la difficoltà che avrà per rientrare (e mai più tornerà a Firenze, ma ancor questo non gli è dato di sapere!), il sentirsi solo (cangiando la sua convinzione politica con l’ideale “imperiale”!): ma Dante è pronto ad affrontare tutto questo con coraggio “pur che mia coscienza non mi garra”.
Ulteriormente, nel Purgatorio, Corrado Malaspina , che accoglierà Dante presso la sua corte lunigianese , ed Oderisi da Gubbio, che gli racconterà di quanto il superbo Provenzan Salvani si umilierà per aiutar l’amico, salvandosi dalla dannazione infernale: gli rammenteranno la medesima umiliazione a cui egli stesso dovrà sottoporsi, dopo l’estrema rinuncia a “ogne cosa diletta”, nel chiedere ospitalità e “salir per l’altrui scale” e nel mendicare il cibo. Che, come gli enuncerà nel Paradiso il Cacciaguida, suo avo, esplicitando peraltro la sua triste sorte, avrà sapore amaro: “tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui”, bagnato dalle lacrime, “panis lacrymarum”! Oppure l’esilio è altresì incarnato da “controfigure”, come su un set cinematografico, mostrandoci, a latere, un aspetto pressoché  “filmico” della Commedia, con continui cambi di scena e salti temporali! nella cosiddetta “identificazione figurale”.
Con Romeo di Villanova, nel cielo di Mercurio, esule per calunnia ma che dignitosamente affronta onta e vergogna! e con Boezio , il grande filosofo de “La consolazione della Filosofia”, ingiustamente imprigionato e condannato per tradimento.
In queste martirizzate anime sante Dante traspone l’enorme peso dell’illecito esilio politico. Ma è nell’incontro con Adamo, cacciato dal Paradiso Terrestre e costretto a viver alienato da Dio per migliaia di anni, che Dante addiviene alla piena consapevolezza dell’opportunità che tale sua “conditio” gli concede.
Il vero esilio è quello dalla Gerusalemme Celeste, dal Regno dei Cieli, dalla magnificenza di Dio, e riguarda l’umanità nella sua totalità. La liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto e di Babilonia e l’itinerare verso la Terra Promessa assurgono a metafora del percorso che ogni uomo deve compiere per ricongiungersi con l’Altissimo nella “reale” patria divina. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, è la “ventura” di tutti! “mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarrita”: è la “missione profetica” di Dante! Del suo “superiore ritrovamento”, di questo suo pellegrinar forestiero irto di ostacoli, difficoltà, paure, patimenti diretto al supremo “santuario”, l’autentica “casa”, e guidando, per sacro volere, le intere umane genti alla riunificazione con l’amorevole Padre nella grazia eterna. Da cui solo i dannati saranno esclusi, in quell’ “etterno essilio” che è la loro pena più atroce, per sempre distanti ed estromessi dalla luce salvifica… Il viaggio, simbolica allegoria dello smarrimento e del rinvenimento di noi stessi, del recupero del nostro “io”, esuli volontari in un cammino di individuazione e riscoperta del significato  più profondo del nostro vivere. In cui necessariamente dobbiamo costantemente porci una meta, un traguardo, un obbiettivo, perché questo andare abbia un senso, nel suo insitamente preannunciato fine ultimo di ritorno al principio, che sia Dio stesso, la natura genitrice o qualunque “essenza” in qualsiasi sua forma… “E il peregrinar m’è dolce in questo mare”!

Ombretta Di Pietro   

L’incontro “In cammino: esilio e profezia nella Commedia” del professor Giuseppe Ledda dell’Università di Bologna, si è tenuto in streaming lunedì 22 marzo, organizzato dal Centro Culturale di Milano nell’ambito dell’iniziativa “Dante per oggi. Questo tuo grido farà come vento”. Prossimo appuntamento il 12 aprile alle ore 18 sul canale You-tube del Centro. 

 

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