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Il Duomo nei primi dell'800

Omaggio a Carlo Porta nei 200 anni della sua scomparsa

C’era una volta una città che adesso non c’è più… Con tutto il suo vociare fermentoso e scoppiettante, come il buon vino frizzante che, appena stappato, dà il via, sfiatando, alla sfrigolante danza delle vivaci bollicine. Quella scanzonata, confusionaria, cacofonica melodia che strombettava nel Verziere, il grande mercato ortofrutticolo di retro al Duomo (tra le attuali Via Larga e Largo Augusto), dove i commercianti decantavano le loro merci ed i “popolani” clienti se ne raccontavano di ogni, tra risate maliziose, bisbigli all’orecchio, apprezzamenti “sifolati “, il “baccan” di giochi sguaiati. Dominato dalla votiva Colonna del Redentore, eretta per borromeiana volontà come emblema della sconfitta della peste: l’ “infinita”, perché ce ne volle di tempo per ultimarla, causa la costante “magica” dissoluzione dei danari raccolti! e poi “della Vittoria”, simbolo della rivalsa delle milanesi genti nelle cinque fragorose giornate esplodenti di libertà. E ora stava lì, in tutta la sua altezza, ad ascoltar di lontano quel chiacchiericcio irriverente con benevola accettazione… Col morbido fruscio vezzeggiante del raso ed il tamburellare “tacchettante” delle lucenti scarpe, sonoreggianti il lieto andante delle gentilizie passeggiate nella piazzetta prospiciente il “regalmente asburgico” Palazzo Reale… Con lo scalpiccio ferroso degli equini zoccoli ed il cigolante rollare legnoso delle carrozze, che duettavano con la decisa tonalità della contrattazione affaristica: un allegro brioso rumoreggiare nello slargo soffocantemente racchiuso dall’imponente facciata del Duomo e dall’anello delle circostanti costruzioni, e che ne colpiva le vetrate facendole tintinnare come campanelle sgigottate da nervose mani vibranti. Sul suo fianco l’ovattato ritmico timbro laborioso delle botteghe del Coperto del Figino, che rimbombava sotto il porticato, come note a margine di uno spartito…
Col sinfonismo della piermarinesca Scala, che riempiva l’intera urbe, dove “si andava per vedere e farsi vedere”, e, negli incontri parlerecci e nei mossi dialoghi, fabbricare idee ed opinioni.
Quel sito trasudante di mozartiana memoria ma transitante verso una rinnovata sonorità  operistica, che ridondava, nel suo acustico stilistico, degli afflati, timidamente bussati ed educatamente ospitati, di talentuosi compositori locali. Tempio di quella eterogenea musica di virtuose arie e guizzanti acuti da palcoscenico inframmezzati dal sospirare amoroso, dal crepitare delle azzardanti carte, dal reboare dei politici discorsi, dallo strepitare delle risa, dal ribollire dei risotti e delle cibarie, nei palchi celati dalle purpuree silenti tende…
Con lo svolazzo signorile delle tese dei cappelli, quella ballata delle “riverissi” nella nobile Via Monte Napoleone che componeva il cantar posato dei toni convenzionali. Al numero due di questa strada abitava il Porta, borghese illuministicamente illuminato, che di quei luoghi e quei tempi cittadini aveva piena coscienza e ne impersonificava l’essenza. Un uomo tra due mondi: del classicismo rinnegato, incarnante il retrivo Ancien Régime, quel vecchio e stantio aristrocratismo e clericalismo; del romanticismo “partecipato”, rappresentante il rinnovamento sociale, culturale, civile, che tuonava turbolento ed ispirava la movimentata armonia della nuova era.
Un poeta che amava la sua Milano con tutti i suoi molteplici, variegati, compositi, tumultuanti fonemi! Egli stesso compositore di “piccoli schizzi musicali”, attore dilettante al Teatro Patriottico (oggi Filodrammatici), per dare voce alla parola scritta con quella sentita, e migliorare, così, la struttura metrica dei suoi versi poetici. E che usava esclusivamente il dialetto milanese, nella ricchezza di suoni dei suoi articolati e numerosi vocaboli, in grado di descrivere, con pungente satira, ironia e sarcasmo, le distonie e le mille sfaccettature nascoste nelle pieghe chiaroscuranti della società. Il dialetto, metafora di legame materno e famigliare, di appartenenza, di unione nella sua trasversalità dell’essere parlato da tutti, che dava corpo ai suoi personaggi: non già impavidi aulici eroi, ma l’autenticamente veritiera “gente del popolo” dai reali umani sentimenti… C’era una volta una città che adesso non c’è più. Con la sua “Ninetta del Verzé” e il suo “Giovannin Bongee”! Ma risfogliando quelle scricchiolanti pagine eccola rigermogliare soavemente, restituendoci le profonde radici, sommessamente riecheggianti, della storia e della tradizione di chi “l’è nassuu”, “l’è vivuu” e “viv” nella Gran Milan! e non solo…

Ombretta Di Pietro      

L’incontro “Carlo Porta e la cultura milanese del suo tempo” è stato organizzato in diretta streaming dalla Fondazione Culturale Ambrosianeum di Milano giovedì 18 marzo, in occasione del 200esimo anniversario della morte del poeta, con la partecipazione di Giacomo Perego, Direttore della Fondazione, di Sissa Caccia Dominioni, storica dell’arte della Fondazione, di Adriano Bassi, Presidente della Società Dante Alighieri di Milano, di Massimiliano Finazzer Flory, attore e regista. Prossimo appuntamento giovedì 25 marzo ore 18 sul canale You-tube della Fonazione.

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