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Osservatorio: Il ‘Metodo Draghi’

Un metodo di lavoro nuovo, silenzioso e solitario, niente social, zero veline, due parole in pubblico (“Buonasera, buonasera”) strappate sotto la sua abitazione romana, un discorso di un minuto e 37 secondi fatto dal podio del Quirinale. Questa è la caratteristica del nuovo presidente del consiglio Mario Draghi e, con assoluta probabilità, diventerà anche la caratteristica dell’esecutivo dal giuramento in poi.
Un esecutivo del fare. Poche cose, ma decisive. Vaccini e Recovery, la cura e la spinta al Paese. Fare prima di informare. Ancora di più, fare prima di apparire.
Ci sono tre elementi che marcano una discontinuità rispetto al passato. E che spiegano lo spaesamento di tutti gli addetti ai lavori, dalla politica alla stampa. Elementi che a loro volta danno sostanza al metodo Draghi.
Il primo: l’urgenza di dare al Paese un governo focalizzato sulla risposta all’emergenza. Non sul consenso individuale o su quello dei partiti. L’ha detto Sergio Mattarella, con estremo realismo. L’ha ribadito, sempre dal Quirinale, Draghi quando ha ricevuto l’incarico.
Il secondo elemento, data l’eccezionalità del momento, non sono più ammissibili trattative estenuanti con i partiti. Il riferimento all’articolo 92 della Costituzione (“Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”) è la conferma che la posta in gioco è così alta da archiviare una volta per tutte il manuale Cencelli. Solo i partiti hanno vivacchiato fino ad oggi nell’illusione di una telefonata o addirittura di una concertazione al fine di contrattare la distribuzione degli incarichi, salvo poi scoprire che il premier incaricato ascolta solo il Presidente della Repubblica e tutto ha fatto tranne che farsi compilare dai partiti la lista dei ministri.
Il terzo elemento è che Draghi non ha bisogno di slogan, di post su Facebook, tantomeno di messaggi fatti veicolare attraverso terzi.
La comprensione di quello cha avverrà nelle prossime settimane e ancora di più nei prossimi mesi, passa dall’accettare questo metodo di lavoro. Non nelle modalità di una imposizione, prendere o lasciare, ma nella consapevolezza che Draghi è stato chiamato perché ritenuto il più idoneo a gestire l’emergenza del momento e la ricostruzione del prossimo futuro. Il cambio di schema nell’azione di governo l’ha imposto la pandemia e la crisi economica. In Draghi trova il suo volto naturale, fisiologico. Chi ha pensato che potesse essere solo uno dei tanti avvicendamenti a palazzo Chigi ne è rimasto deluso.

Ciemme

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