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Il Mudec riapre al pubblico con la mostra ‘Qhapaq Ñan. La grande strada Inca’

Frammento di un mantello femminile

Strade: crocevia di mondi vicini e lontani, crocicchio di genti dalle differenti culture, tradizioni, sfumature; lisciate dalle carezze consumanti del tempo, rigate dai profondi solchi della storia, custodi segrete delle tante vicende di migliaia di persone che le hanno percorse, lasciando su di esse una piccola impronta, ombre di fugaci passaggi… Spazio Khaled al-Asaad.
La rotondità stilizzata dell’Inti, il divino sole inca, ci accoglie irradiando i suoi raggi propiziatori, un buon auspicio per il viaggio che ci prepariamo ad intraprendere nelle recondite memorie di un’era che fu, nella reminescente testimonianza della maestosità di una grandiosa civiltà.
Viaggio: un’avventura fatta di scoperte, di ostacoli da superare, di meraviglie disvelate, di confronto, di crescita. E, superando lo “stargate” di quella liquiforme sfera rovente, ci troviamo in un “altroquando” avvolgente, con le nebbie di una misteriosa bellezza che pian piano si dissipano mostrandoci la rotta da seguire.

Una bottiglia di terracotta

Sulla grande strada Inca, il Qhapaq Nan, un’avanzatissima opera ingegneristica dagli elevati standard urbanistici. Un sistema viario che si estende per 30.000 km, da Quito nell’Ecuador a Mendoza in Argentina, fino al nord del Cile, composto da due arterie principali, quella andina occidentale e quella costiera orientale, collegate tra loro da innumerevoli strutture di raccordo. Un reticolato composito che disegna un ricamo ornamentale su quella lingua di terra di 1.000.000 di km quadrati. Indossando i colorati tessuti chuquibamba, dai simbolici motivi geometrici o figurativi, iniziamo a salire e salire, lungo il “cammino de sierra” o il “Camino Real”, sull’impervia catena delle Ande, fino a sorpassare abbondantemente  i 3900 m di altitudine, guardando vertiginosamente dall’alto l’infinità del paesaggio ammantato di magia. Inoltrandoci nella tundra, in tunnel e gallerie, nella “foresta delle nuvole” verso il Warmiwanusca, il “passo della Donna Morta”, arrivando a Sayaqmarka, “la città inaccessibile “ costruita sulla cresta di un burrone, a Conchamarka, “la città conchiglia”, a Phuyupatmarka , “la città a livello delle nuvole”, a Intipapa  con le sue terrazze agricole che poggiano sulla concava montagna, a Winay Wayna, “per sempre giovane”, con i suoi reperti archeologici e i bagni rituali che sfruttano 19 sorgenti.
Guadando fiumi turbinosi, come l’Apurimac, “il gran parlatore”, o il Kusichca, “fiume felice”, su zattere galleggianti ben ancorate alle sponde; sorpassando gole profonde sui “ponti sospesi”, costruiti con robuste funi di fibra di agave intrecciata che possono avere la circonferenza della vita di un uomo. E poi scendendo e scendendo, su scalini scavati nel solido granito, fino a incrociare i “caminos de llanos”(di pianura) o “El Camino de la Costa”, che corrono paralleli al mare, incappando, talvolta, in deserti infuocati. Trovando ristoro nei tambos e nei chasquiwasi, stazioni di posta collocate a precise distanze regolari; accompagnati, in questo lungo deambulare, da una carovana di alpaca; alla stregua dei Chaski, giovani e velocissime staffette umane portatori di messaggi registrati nei Khipu, un sistema binario di notazione con sottili corde e nodi. Ascoltiamo un attimo con attenzione: il suono di una conchiglia! Avvisa che sta per giungere un messaggero, ci passerà il testimone e toccherà a noi affrettarci di buon passo. In questo regno incantato degli Incas, che ha iniziato la sua epopea nel XIII secolo nel Cusco per terminarla nel XVI; partendo da piccole comunità per diventare Stato e poi uno dei più grandi Imperi precolombiani del continente americano, grazie ad una tenace politica di conquista ed espansione e ad una sottile diplomazia, arrivando a costituire una solida società unita, dove ciascuno ha un compito preciso da svolgere per il buon andamento generale.
Il Qhapaq Nan è sicuramente una realizzazione strategicamente geniale per poter portare all’enorme sviluppo e gloria un Impero così vasto, consentendo il raggiungimento agevole di ogni posto, il facile movimento degli eserciti e delle merci, il controllo di ogni anfratto da parte dell’organismo centrale. Il potere delle infrastrutture, potremmo dire oggi a gran voce! Scendiamo una scala che ci conduce a Intipunku, “la porta del sole”: siamo giunti alla fine del viaggio, dobbiamo superare il portale di congiunzione e tornare nel nostro spazio-tempo, nella nostra realtà, sulle nostre strade percorse da tacchi scalpitanti e ruote di varia grandezza, col nostro cammino quotidiano che compone la nostra storia e che lascia traccia di sé nella tenue ombreggiatura di una ruga sull’asfalto.

Ombretta Di Pietro

“Qhapac Nan. La grande strada Inca”, a cura di Carolina Orsini. Dal 9 febbraio al 25 aprile 2021 al Mudec-Museo delle Culture in via Tortona 26, Milano. Dal martedì al venerdì, 10.00 – 19.30. Ingresso libero senza prenotazione.  

 

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