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‘Vita d’artista’ di Flavio Favelli alla Fondazione Pini

“Vita d’artista/ come l’ho vista/ ho detto: questa è la mia/ ma cosa resta/ tutto inventato/ e regalato a chi mah” (Paolo Conte)… inventato ma non falso (Dante e Shakespeare docet!)… Ci troviamo nell’ elegante palazzina di fine ottocento, dal raffinato retrogusto borghese, già di per sé un “mondo d’arte” con le sue scalinate marmoree, i pavimenti graziosamente decorati, i controsoffitti lignei finemente intarsiati, le stanze arredate con mobili e quadri di pregio, tappeti e vasi cinesi: permeata, dunque, da una classicità lineare ma non austera, aperta a quel vivace dinamismo commerciale e produttivo, motore propulsivo della città meneghina. Abitazione prima del pittore Renzo Bongiovanni Radice e successivamente del nipote Adolfo Pini, uomo di scienza ma anche scrittore, poeta, compositore, in sostanza uomo d’arte, istitutore della Fondazione omonima ispirata ad un mecenatismo illuminato per amore dell’arte stessa e del suo immenso valore in ogni sua forma espressiva. Ed è proprio in questo ambito particolare che si cala, sprofondando magicamente, la site-specific (un intervento nato per e totalmente inserito in un sito-luogo peculiare, un vestito su misura per un “incontro” ad hoc) dell’artista contemporaneo Flavio Favelli, classe ’67, che usa un linguaggio e “stilemi” moderni in un dialogo costruttivo e di interscambio con ciò che è “passato”, recuperando e rileggendone il “classico” formale e contenutistico per amplificarne il significato simbolico e rivestendolo di nuove suggestioni. Tracciando una linea di continuità tra “lo ieri” e “l’oggi”, fondamentale per riscoprire le radici da cui proveniamo e comprendere appieno chi siamo. Una sorta di matrioska dove il “fu” contiene ciò che “è”. Le “istallazioni” sono una tipicità della creatività corrente: invadono, pervadono, costruiscono, plasmano gli spazi circostanti con le loro tridimensionalità architettonico-strutturali, componendo percorsi in cui il visitatore si immerge e si perde totalmente. E così nuotiamo, confrontandoci, riflettendoci, ritrovando un po’ di noi, tra collage composti da ritagli pubblicitari col loro lessico ed idioma attualissimi di grande impatto comunicativo (la pubblicità è essa stessa una forma d’arte con le sue specificità), supportati da strutture sobrie, rimando armonico e sintonico con l’intorno. Tra sculture che rispecchiano il contesto circostante. Tra ambienti ricreati introducendo precisi elementi interagenti, come tasselli piastrellati poggiati sulla preesistente pavimentazione, un gioco, nella sovrapposizione, dall’effetto di apparente rottura ma di reale continuità: il “vecchio” che sostiene il “nuovo” o il “nuovo” che si radica sul “vecchio”, un’eterna dicotomia che tinge ogni sfumatura dell’umana esistenza.
Tra pagine di giornale con articoli dal chiaro e forte contenuto politico-sociale: “Vita d’artista” si ispira, di fatto, alle vibranti suggestioni dell’omonimo romanzo di Carlo Cassola, su quanto l’ideologia ed i fini politici possano essere compatibili con la creatività e la libertà artistica, la bellezza con la verità, il conformismo con l’individualità e la ragion d’essere… “Vita d’artista, vicino ai folli/ Sempre nel dubbio che a volte sciogli/…/ Vita d’artista, simile ai folli/ Sempre sull’orlo dei loro sogni/ Dove la vita è un contorno indeciso/ Tra il giorno e la notte/ Tra il pianto ed il riso” (Sergio Cammariere)…
Ogni artista è figlio del suo tempo. Nasce, cresce e si forma in un contesto culturale e di pensiero ben precisi, specchio della società in cui vive, con un “gusto estetico” commisurato al periodo e all’ubicazione e dei canoni del “bello” codificati, quasi inconsciamente assorbiti oppure imparati. Ma altresì può comunque scegliere, perché in un’opera artistica ci sono figura e idea, colore e trasparenza, luci e ombre, sentimenti e concetti: palesare o meno posizioni politiche, a sostegno di o in contrasto a istituzioni e/o regimi? portare avanti denunce sociali? accettare o destrutturare regole accademiche e la bellezza “decretata”?
Ogni rottura di schema implica un cambiamento del singolo e della collettività, che hanno maturato spirito critico e la consapevolezza della possibilità e del bisogno di percorrere nuove strade, in una crescita soggettiva e comune. Qualsiasi decisione può comunque ritenersi lecita se sottende convinzione e credo, esecrabile se spinta solo da mero interesse di fortuna e gloria: tanto più che l’artista per antonomasia muore povero e ha successo e riconoscimento postumi! Artisti: “schiavi del fumo e di un pezzo di pane” (S. Cammariere), forse, in senso lato, delle loro stesse scelte, idee, della loro storia. Ma nell’“atto creativo” raggiungono ed ottengono quella tanto agognata emancipazione: la mano si muove svolazzante e genera con ritmiche pennellate di totale libertà. E con il frutto dolorosamente espulso in quel parto gemente di ardente contrapposizione e discordante fatica, noi, “ci si pulisce il cuore”.

Ombretta Di Pietro         

“Vita d’Artista” di Flavio Favelli alla Fondazione Adolfo Pini, dal 10 febbraio al 7 maggio 2021, Corso Garibaldi 2, Milano. Ingresso su prenotazione: Eventbrite, www.eventbrite.it. Per informazioni: www.fondazionepini.net; 02874502.

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