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Nell’ultimo libro di Marina Marazza la vera storia della figlia della Monaca di Monza

“Miserere mei, deus, secundum magnam misericordiam tua”…pietà di me, o Dio, per la tua grande misericordia! Un grido viscerale di indulgenza consolatoria e salvezza espiativa. Che rimbomba tra le peccaminose pareti del convento di clausura; nei cuori appassionati e palpitanti di impossibile amore di Marianna de  Leyva  (suor Virginia, meglio conosciuta come la Monaca di Monza!) e di Gian Paolo Osio, signore di Usmate; nel ventre partoriente di un’improbabile genitrice e nel vagito reclamante dell’innocente creatura, Alma Francesca, nascitura di un desiderio trasgressivo.
O che sussurra dalle viscere stesse di una cella di 3 braccia per 5, angusta prigione della rea affettuosità; da quelle di uno scantinato delittuoso di un’amorevole paternità legittimata, tradita e decapitata da mano amica. O ancora che riecheggia da quelle di “maledetti palazzi”, abitati da patteggiatori di Satana o da fantasmi miasmatici di vittime incolpevoli; o che agonizza da quelle di traballanti carrozze celanti e di cigolanti carri putrefacenti, di sudice, melmosamente infette strette strade acciottolate, di tombali cunicoli sotterranei. E che silente batte in quelle di Alma, in bramante attesa di vendetta contro gli aguzzini dei di lei genitori, torturatori della madre ed uccisori del padre! 1630: in principio fu il buio… la tetra ombra mortifera della falcidiante peste, che tutto travolge con impeto burrascoso, lasciando dietro le sue spalle cadaveri di ricchi e di povera gente, senza distinzione alcuna, resi uguali nella dipartita causata da un comune pandemico nemico. Le ombre di furtive sagome che occultano i volti paurosi sotto nascondenti cappucci, in una caccia spregiudicata agli untori ed una lotta crudele per la sopravvivenza, mentre quelle degli squittanti ratti corrono indisturbate, pestilenti complici di oscura malignità. L’ombra delle credenze, dei pregiudizi, delle superstizioni, della perfidia, della brutalità, dello spietato potere. L’ombra di un passato dai contorni indefiniti, che Alma vuole rischiarare con le luci , inconsapevoli pittrici dei bui riflessi, rivelatrici di verità: vibranti nelle lanterne, lacrimevoli sulle candele, stancamente sorrette da fioche torce ardenti. Come ardente è la sua volontà di uscire dal retaggio di uno scomodo cupo vissuto: “ Era inquadrata nel rettangolo della finestra, una silhouette scura contro il cielo pennellato di sangue del tramonto di quel giorno d’inferno”. Un inferno che brucia l’intera città di Milano e le sue dannate creature, che si muovono in “giostranti” gironi di supplizievoli torture e risucchianti nel profondo più tetro, fino a quando un viso candidamente rilucente non indicherà la via della risalita verso il salvifico chiarore! In un gioco di morte e di vita, di torti e redenzione, di rivalsa e riappacificazione, in nome di quella giustizia universale che condanna e assolve, ma a cui nessuno sfugge, perché nessuno è totalmente senza macchia! Un gioco tinto di noir, dal ritmo serrato in un susseguirsi di azioni e colpi di scena da sospendere il fiato, scandito dai rintocchi funesti di stonate campane e stridenti campanelle. E di cui Alma stessa tiene le redini dettandone le regole.
Se “la morte è una realistica ispiratrice” la vita è un bene necessario ed inestimabile, può regalare inaspettatamente delle gioie e delle opportunità che bilanciano il male ed il dolore subiti: e questo Alma lo sa perfettamente! Diventando così dispensatrice di morte per chi morte ha procurato e di aiuto per chi subisce ingiustificate angherie e non può cavarsela da solo, grata alla buona sorte per averle comunque concesso delle occasioni, condividendo la sua fortunosa “ricreante” fatalità nel consentire anche ad altri di avere una possibilità di farcela… Alma… una donna forte e fragile, “con uno sguardo che raccontava di aver visto molto”, con una scorza duramente coriacea ma che si abbandona teneramente tra le braccia dell’amorevole amica. Acculturata, intelligente, che non crede alle dicerie ma trova una spiegazione razionale ad ogni cosa. Tenace, coraggiosa, decisa, pronta a sfruttare ogni mezzo per raggiungere il suo scopo: anche l’arma della seduzione, con cui riesce, in una società prettamente maschilista, ad ammaliare e dominare gli uomini, facendone le sue pedine sulla scacchiera del destino. Fintanto da sistemare l’ultimo tassello mancante e da compiere la mossa vincente: portare a termine l’agognata vendetta, scacco matto! in nome, sì, dell’equità, ma soprattutto per ritrovarsi e non essere più la figlia di due empi, ma bensì di veementi amanti uniti da un sentimento sincero. Tra le tante ombre quindi una sol luce basta per rompere le tenebre, e quel rigenerante grido viscerale si libera sgorgando dalle carnose labbra: “Miserere, misero me. Però brindo alla vita!”.

Ombretta Di Pietro

 

“Miserere”, la vera storia della figlia della Monaca di Monza, l’ultimo romanzo di Marina Marazza, edizioni Solferino).

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