Poldi Pezzoli e il ritrovamento dello Stemma gentilizio

Non è per una pura e mera casualità che il monumentale stemma gentilizio Poldi Pezzoli venga riproposto all’attenzione e ai dovuti onori del pubblico del museo omonimo proprio in data 3 dicembre: e se avrete la pazienza e l’ardire di attendere fino a fine pagina scopriremo insieme il perché.
Una storia ammantata di mistero quella del ritorno a casa del bronzeo “blasone”, simbolo dell’illustre famiglia milanese, dopo l’altrettanto misterioso trafugamento nell’immediato dopoguerra. Potremmo ben dire un racconto fiabesco, dal retrogusto magico e miticheggiante, un’epopea leggendaria che epicamente si conclude con un gradevolissimo lieto fine! Che è altresì il successo di una collaborazione sinergica, efficiente e tempestiva, di un gioco di squadra ben giostrato tra le varie istituzioni coinvolte in questo temerario recupero: i Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Monza, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della città di Milano e i responsabili della Tutela e Conservazione del museo. A dimostrazione che l’unione fa la forza! Ma quale sarà mai l’intricata e curiosa trama ordita da un arcano destino e da un fato sibillino che sottende l’intera vicenda? Per ben comprendere facciamo un salto a ritroso nel tempo… Lo stemma vide la luce tra il 1875 ed il 1880, forgiato dalle abili mani di Lodovico Pogliaghi, noto scultore ed ornamentista, allora giovane tirocinante del maestro Bertini, portato nella nobile dimora del celebre e stimato Gian Giacomo Poldi Pezzoli col preciso compito di occuparsi delle decorazioni del Salone Dorato. Pogliaghi realizzò, così, una foggia ovale in bronzo di cm 85×87, sormontata da corona e cornice, sviluppata a volute, attraversata da nastri e corde; conchiglie sulla parte superiore e fronde di quercia ai lati; al centro inquartato gli emblemi della famiglia. L’araldica creazione fu posizionata sulla balconata della sala e lì rimase, indisturbata, per più lustri, vedendo passare migliaia di visitatori, dopo che il 26 aprile 1881 il museo privato venne aperto alla comunità per volontà testamentarie dello stesso Gian Giacomo, grande mecenate, collezionista e fautore delle arti! Ma non poté resistere, soccombente ed arrendevole suo malgrado, alla forza distruttiva delle bombe incendiarie del secondo conflitto mondiale, che rasero al suolo il palazzo, ridotto ad un cumulo di macerie, e la città intera, divenuta fantasmica e sepolcrale. Nel 1946, conclusesi le ostilità, venne avviata la ricostruzione complessiva dell’urbe e, di conseguenza, la ristrutturazione della signorile residenza, sovvenzionata da denaro pubblico! Fu precisamente in tale frangente che si scoprì la sparizione dell’intera balconata e della sua effigie. Il 3 dicembre del medesimo anno Ettore Modigliani, Soprintendente alle Gallerie, ai Musei Medievali e Moderni,  responsabile delle operazioni di ripristino, fece un’accurata ed accorata denuncia ai carabinieri, paventando anche l’ipotesi che potesse trattarsi di un furto su commissione e palesando i sospetti riposti sugli operai manutentori e sulla ditta appaltatrice. Ma il momento era duro e difficile, ed in quel periodo dell’immediato postbellico altre erano le urgenze e le priorità: del vessillo dinastico si perse ogni traccia, come ingurgitato dalle oscure grinfie di una diabolica mano, sostituito, pertanto, da una copia in ferro a ricordarne le fattezze e rievocarne la presenza. La latitanza durò decenni fino a quando, per fortuito caso, successe qualcosa di straordinariamente inaspettato. Il 3 dicembre del 2018, siamo tornati ai nostri giorni! alcuni studiosi amici della Fondazione museale comunicarono di aver visto una fotografia che ritraeva quello che sicuramente doveva essere lo stemma originale, pubblicata sul catalogo di una casa d’aste ligure (venduto, come si scoprì in seguito, da un’ultrasettantenne signora veneta, che forse l’aveva ereditato senza saperne il valore reale e l’importanza storica!), quotazione: 20-30 mila euro! Immediatamente furono allertate le forze dell’ordine, non si poteva attendere, bisognava agire subito prima che l’asta avesse inizio. L’inoltro della denuncia del Modigliani e la minuziosa e puntuale descrizione del manufatto furono fondamentali e permisero di procedere al sequestro del bene e alla sua restituzione al legittimo “domicilio”. E adesso è lì, dopo 74 anni di assenza e di attesa, appeso sull’arcata d’accesso allo Scalone Antico, non più, come inizialmente, sulla balconata esterna, purtroppo ancora non autentica, per la scarsa visibilità e l’esposizione alle intemperie. Una nuova e meritevole collocazione, che gli consente di dialogare col sottostante busto di Gian Giacomo e di accogliere gli astanti, invitandoli a salire nelle splendide stanze superiori e godere delle bellezze artistiche ivi custodite: quegli spettatori ignari di cotanta misterica riapparizione di un tassello del passato che è patrimonio identitario comune. E che racchiude in sé tanti interrogativi: “Chissà che fine aveva fatto?”, “Dove sarà mai stato in tutti questi anni?”, “Chi l’avrà posseduto?”, “ Quali case avrà abbellito?”, “Chi l’avrà osservato non sapendo che?”… ma per ora possiamo solo fantasticamente immaginarlo!        

(Lo Stemma Poldi Pezzoli è stato presentato alla stampa giovedì 3 dicembre 2020 con la partecipazione di: Gian Giacomo Attolico Trivulzio, Presidente Fondazione Artistica Poldi Pezzoli Onlus; Annalisa Zanni, Direttore del Museo; Antonella Ranaldi, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio città di Milano; Francesco Provenza, Comandante Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Monza; Raffaella Bentivoglio Ravasio, Funzionario responsabile per la tutela del Museo; Lavinia Galli, Conservatore del Museo). 

Ombretta Di Pietro 

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