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Nell’abisso con Donato Carrisi

Una pulsione inspiegabilmente irrefrenabile, così potente da non poterla controllare. La nostra mano si allunga intimorita, poggia sulla copertina rigida, solcata da rapidi segni verticali in bianco e nero simili a infossate rughe piangenti; non vorrebbe farlo, ma sembra prigioniera di una forza ingestibile che inibisce la sua autodeterminazione e, apparentemente contro la sua volontà, o magari proprio per volontà sua?! la apre con un sol colpo deciso. Immediatamente siamo risucchiati dalle pagine beffardamente sogghignanti, non abbiamo scampo, stiamo cadendo a grande velocità, attratti verso il basso da una gravità amplificata, ingurgitati da un buco nero: vertigini, stomaco in gola, respiro spezzato, affanno! Si spalanca una porta verde: la attraversiamo, catapultati fuori dal tenebroso tunnel senza campo, telefoni privi di battito, intravediamo una figura maschile mentre rotoliamo via e… buio! Riprendiamo i sensi, sdraiati su un umido terriccio pietroso, circondati da un fitto bosco di mute parole che profumano di alloro. Ebbene, si, è chiaro: siamo dentro la storia! In quell’undicesimo capitolo dell’evoluzione del “male”, che sempre muta, si evolve, si sviluppa come ogni essere ed ogni creatura, e come il suo alter ego, il “bene”, senza il quale non potrebbe sopravvivere, uniti e separati da una nebbiosa linea sottile dai contorni frastagliati e pungenti. Un brivido gelido di spaventata consapevolezza: non ne potremo uscire, fino a quando, percorso il labirintico e sdrucciolevole sentiero, a cavallo di una giostra che sale e scende senza soluzione di continuità, portandoci alternativamente su e su e, subito dopo, giù giù, non giungeremo all’ “eccezionale” epilogo. Non ci resta, allora, che nuotare! In quel lago che pare disegnato da una matita di dura grafite, uno specchio di acqua scura punteggiato da traslucidi riflessi argentei. Placidamente dormiente, freddo e melmoso, che ci rende difficile ogni bracciata, pronto a sorprenderci con i suoi improvvisi vortici subacquei che ci trascinano verso il fondo: lì imprigiona il nostro corpo esanime, galleggiante in una dimensione irreale, sospeso tra vita e morte, rumore e silenzio, grida e sospiri, memoria ed oblio, tra ciò che è e ciò che è stato, tra ciò che crediamo di essere e ciò che siamo. Fino a quando non decide di restituirci qualcosa, un piccolo indizio, uno spiraglio di coscienza di sé. Abisso, che si accende e spegne come una lampadina impazzita. Torbido come l’Abisso stesso che scaviamo dentro di noi, con i nostri pensieri sospesi, la nostra recondita paura, le nostre “mostruosità”, le nostre subdole fughe salvifiche: che poi vomita fuori, obbligandoci ad ingoiare il boccone amaro e digerirlo. Riemergiamo da queste viscere paludose, “ammarando” faticosamente sulla spiaggia della selvaggia isola Comacina . Qualche passo incerto, ci appoggiamo ad un albero dalla corteccia callosa sentendone il respiro: e respiriamo con lui, mentre scrutiamo il paesaggio montagnoso delle Alpi, che ci circonda in un abbraccio rasserenante. Sono le cinque meno dieci. Sussurri quasi impercettibili, fiati di anime confessanti in espiazione di laceranti colpe ed indicibili peccati. Di colpo, dal nulla, compaiono 3 personaggi: hanno un volto, una professione, un vissuto ma non un nome. Vorremmo chiamarli ma non possiamo, li identifichiamo per come ci appaiono, ma forse non per quello che realmente sono… segreti: e chi non ne ha uno, che custodisce gelosamente, “nessuno deve sapere”! L’uomo che pulisce è un individuo solitario, anonimo, ma un gran conoscitore delle persone. Sa delle loro abitudini, dei loro enigmi e misteri che interpreta proprio dai loro rifiuti: quante cose gettiamo via in un cassonetto o chiudiamo in un cassetto, per liberarci dal retaggio di un passato di cui, in parte, siamo il frutto e che dovremmo, pertanto, riaffrontare! La ragazzina col ciuffo viola con la sua indichiarabile realtà che la condurrà a compiere un gesto clamoroso: travolge l’uomo che pulisce, scompigliandogli l’esistenza, portandolo all’interno del suo “incubus” e scatenandone l’angoscia di sempre, “non contrariare l’uomo che si nasconde dietro la porta verde”! La cacciatrice di mosche, dalla dubbia fama e una non invidiabile forma fisica, ha una missione: fermare quanti più “killer” di donne possibile, quegli insetti fastidiosi, ronzanti sulle carcasse delle carogne, sui corpi violati e decomposti, sugli stessi rifiuti che l’uomo che pulisce raccoglie, dopo averli ispezionati, “ronzandoci” sopra! 3 vite solitarie, che mascherano, occultandole, le loro più fosche tinte e sfumature, ma che, in quella solitudine, inevitabilmente si incrociano e si condizionano. Un bambino si materializza a poco a poco, taglia tutta la scena colpendo ogni protagonista, come un filo bisbigliante che cuce l’ordito dell’intricata trama. E solo quando il lago rigurgiterà “la traccia”, allora e solo allora il puzzle si ricomporrà, diradando le cupe nubi e rivestendoci di una luce abbagliante… La nostra mano, ancora tremante, chiude il libro: in quelle pagine beffardamente sogghignanti, tra le righe tracciate e gli spazi vuoti, un rifugio sicuro, un appiglio per non soccombere… alle nostre più inconsce paure, di cui forse la più grande è di vedere e riconoscere il nostro lato oscuro, da cui non possiamo esimerci, e di sentirci magneticamente e perversamente attratti dall’ottenebrante “male” e da chi lo rappresenta. Ma “la paura si vince con la paura”… Usciamo dall’Abisso… Io, noi, voi, loro!  

Ombretta Di Pietro

“Io sono l’abisso” l’ultimo libro di Donato Carrisi, edizioni Longanesi, è stato presentato in streaming sul sito de “Il libraio” domenica 22 novembre 2020

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