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’Gli ultimi giorni di quiete’ protagonista di Bookcity

Tempo addietro. In un giorno qualunque, su un treno qualunque, verso un luogo qualunque, due uomini qualunque. Non si conoscono, non sanno niente l’uno dell’altro. Fino a quando non iniziano a chiacchierare, perché tempo addietro si parlava molto di più tra vicini di sedile, cercando di sovrastare il rollio scompostamente rumoroso degli stridenti vagoni per spezzare la noia soporifera dell’attesa e velocizzare lo scorrere dei pigri minuti. Il più anziano, un giornale tra le mani ed un’invisibile ferita nell’animo, racconta di aver rincontrato casualmente l’assassino di suo figlio. Il più giovane, scrittore di gialli-noir, viene travolto dall’onda tempestosa di tale inaspettata rivelazione! Quella perdita contro natura, violenta e crudele, causata da un qualcuno che si prende un diritto che non gli spetta, quel destino beffardo che stravolge e deturpa ogni senso di equità: una sferzata di vento gelido che gli schiaffeggia il viso! I freni rallentano il procedere delle ruote sui ferrosi binari, fermandole nelle stazioni programmate. I due si salutano, tornando inesorabilmente alla propria “normalità”. Ma quella storia pulsa nelle tempie dello scrittore, tra un Rocco e uno Schiavone, gli contorce le viscere, tra una visione, una canna ed un improperio, gli batte nel petto, tra un omicidio e una soluzione del caso. Fino al punto da esplodere come un vulcano eruttante, scostando con decisione l’antieroico protagonista di tante narrazioni, buttandosi sulle pagine intonse imbrattandole d’inchiostro…Un giorno qualunque, sul treno che la riporta a casa, Nora vede un uomo: lo riconosce, è proprio lui! Il fiato le si ferma in gola, mentre la carrozza sembra accelerare impazzita in una folle corsa all’indietro, deragliando in un virtuale testacoda che la riporta di colpo nel passato: a quella fatidica giornata di sei anni prima, quando lui entra nella sua tabaccheria, che gestisce col marito Pasquale a Pescara, e, nel tentativo di rapina, lui fredda il loro unico ed innocente figlio Corrado. Rivive quel lacerante dolore, quel conseguente vuoto di angosciante apatia, quell’incredulità interrogativa: “perché proprio a me?”, quel senso di colpa ed impotenza. In quell’istante non era morto solo Corrado, ma anche lei ed il consorte, una madre e un padre, il loro rapporto di coppia, la loro “normale” quotidiana esistenza. Ma cosa ci fa quel carnefice già libero dopo un periodo così breve? Forse non basterebbe una vita intera dietro le sbarre per lenire le loro sofferenze… Però! Loro figlio non sarebbe più tornato ma non possono accettare una tale assurdità: giustizia riparatrice! suona come monito perentorio, nutrito da rabbia, rancore, desiderio di vendetta. Nora e Pasquale elaborano ciascuno un  piano per compiere una personale ritorsione, divisi anche in questa circostanza, come nel lutto, rinchiusi, come sono, in un solitario, egoistico dolore. Ma ce n’è anche un altro di dolore, che impregna un’altra esistenza, che fatica a riscattarsi dagli errori commessi: quella di Paolo Danese, l’omicida, che ha pagato il suo debito con la legge e sta cercando di ricostruirsi una “normalità”… Manzini compie un’autentica metamorfosi calandosi totalmente nella vicenda, tratta da un fatto di cronaca ed un incontro realmente accaduti, e nei personaggi, in un’immersiva operazione attoriale, restituendoceli sotto forma di “tragedia greca”, dai toni inizialmente asettici, di feroce c’è già il fato! in un crescendo che si riempirà di interrogativi ai quali solo i lettori, pubblico attivamente partecipe ed attento, daranno la loro soggettiva risposta. Partendo da un “mithos”, un racconto, svolgendolo in dramma, ambientati sulla scena di una ben descritta realtà di provincia, in una “nemesi” nella sua più ampia accezione di Giustizia Compensatrice, Riparatrice o Divina e parimenti di Sdegno, Indignazione, Castigo. Sottolineando come in natura non esista La Giustizia per antonomasia, è un quinto senso creato appositamente dall’uomo, un artificio per il vivere comunitario, e come tale, essendo l’uomo stesso fallibile, è imperfetta e limitata. Ma le leggi le applichiamo e rispettiamo, una regola ci vuole! Inevitabilmente, però, ciascuno matura una peculiare idea “pulsiva” di correttezza, integrità, moralità ed eticità, in base alla sua esperienza ed ai suoi convincimenti. A cosa porta, infine, il vendicarsi? Quale giustizia è quella possibile? Quella della legge o quella del cuore? Quella punitiva o la riabilitativa? Nessuna risposta universalmente e categoricamente valida e certa: dobbiamo scavare coraggiosamente dentro di noi, percorrendo congiuntamente le tortuose e complesse strade della psiche e dell’emotività, nel tentativo di individuare una plausibile e accettabile parziale soluzione. Una cosa, comunque, è sicura e ci accomuna tutti: si, già, il dolore! Che viviamo in solitudine, barricandoci in noi stessi, cercando nell’oblio la forza per affrontarlo. Non accorgendoci che ogni persona è in trincea; che chi ci sta intorno ha un suo e  il suo “male” da sostenere, che lo logora dentro; che non abbiamo l’esclusiva dell’afflizione, della tribolazione, del patimento! Un riavvicinamento, un ricongiungimento, un’empatia solidale e civile, guardando un po’ oltre sé stessi, sarebbero un enorme passo avanti e forse l’appianamento di molti problemi per l’individuo e la collettività, per l’essere e l’umanità intera.

Ombretta Di Pietro

“Gli ultimi giorni di quiete” di Antonio Manzini, edizioni Sellerio, presentato nell’edizione di Bookcity 2020.

       

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