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Roma, il difficile decollo della candidatura a sindaco

Il campidoglio

Carlo Calenda dopo una breve e positiva esperienza di governo, si è fatto un suo piccolo partito personale, lo ha collocato all’opposizione, e adesso si dispone, per la prima volta, a una battaglia in campo aperto candidandosi alla carica di sindaco di Roma.
La vicenda di Calenda per il Pd rappresenta un problema molto serio perché la sua candidatura mette in luce lo stato in cui versa il partito che non può certo pensare di cavarsela intimandogli di partecipare alle primarie. E’ certo che se corresse da solo con ogni probabilità non andrebbe molto lontano, ma d’altra parte si fatica a capire quali siano le alternative. A Roma, si chiacchiera di prestigiose (!?) candidature tuttora ignote, ma intanto vari big (veri o presunti) hanno annunciato in partenza che non intendono partecipare alla contesa, e a dirsi disponibili sono state solo alcune figure sbiadite (che qualche spiritoso le ha soprannominate “i sette nani”), alcune delle quali hanno già fatto marcia indietro.
Il Partito democratico si ritrova nella condizione di impotenza che affligge chi non è in grado né di fare da solo né di coalizzare e di unificare su un candidato, una squadra, un’idea un blocco di forze. Diverse, sì, e anche molto diverse, ma convinte di avere in comune qualcosa di più che il “non far vincere le destre”. Il discorso vale per il governo del Paese, ma vale anche per le grandi città. E in particolare per quelle, come Roma dalla quale partì quasi vent’anni fa la cosiddetta «rivoluzione dei sindaci». Francesco Rutelli era un ex radicale approdato in casa dei Verdi, un partito questo dal peso specifico elettorale paragonabile a quello attuale del partito di Calenda. Fu candidato dal centro sinistra, vinse e governò bene una difficilissima metropoli quale è Roma grazie alla sua capacità, naturalmente, ma anche grazie al fatto che attorno a lui si erano radunate forze politiche, sociali, intellettuali e personalità tenute insieme dalla volontà comune di governare la città, indicando gli obiettivi e individuando gli strumenti necessari per realizzarli.
Questo modo di fare politica oggi non esiste più e il partito dalla conclamata «vocazione maggioritaria» delineato al momento della nascita, nell’ormai lontano 2008, ha cominciato a morire prima ancora di nascere. Il Pd ha abbandonato da tempo la forma del partito politico per prendere la forma di un agglomerato elettorale, nel quale ogni gruppo, sotto gruppo e sotto-sotto gruppo bada soltanto, secondo una logica di pura sopravvivenza, a marcare stretto tutti gli altri per mantenere le proprie posizioni. Ma, se si è ridotti solo a questo, di politica non se ne fa più.

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