Home » Cronaca » Al Poldi Pezzoli di Milano la mostra-dossier ‘Mantegna ritrovato’

Al Poldi Pezzoli di Milano la mostra-dossier ‘Mantegna ritrovato’

‘Madonna con bambino’ restaurata da Molteni nel 1863

Nuvole ceree si aprono in una dissolvenza che parrebbe guidata da divina volontà; un vivido azzurro squarcia cieli tersi, portatori di compassionevole speranza; folle di alati cherubini, animati da allegorica virtus: soffiano un tenue vento che dirada le nebbie delle piane padovane, scoprendo vitali paesaggi di avvolgente natura ed architetture di imponente classicità, scenografie dinamiche di figure in celestiale santifica solennità o in antropica scultorea imponenza. Un profumo di tintura quattrocentesca, dalla fragranza umanistico-classicista, con un retrogusto di monumentalità donatelliana, di dolcezza ed ariosità belliniane, di panorami animosi alla fiamminga, di prospettive dirompenti alla Piero della Francesca, di patetismo devozionale alla Rogier van der Weyden.
La cui summa di effluvi ed essenze è riscontrabile nella genia e genialità artistica del grande “cavalier” Andrea Mantegna, che, cavalcando il nobile scudiero del tempo, armato di un affilato abile pennello, giunge fino a noi portandoci il gradito dono della possenza rinascimentale.
“Fiiulo” adottivo di Squarcione, formatosi come apprendista precocemente talentuoso ed esuberantemente ribelle nella sua bottega, prese ben presto la “via maestra”, che lo portò nella Ferrara dei d’Este, nella Mantova dei Gonzaga , nella Firenze dei de’ Medici, nella Roma pontificia. Viaggiatore solerte, attento e curioso, accresceva ad ogni tappa la sua capacità artistica e la sua grandiosità d’opera, lo “scultore della pittura”, amante del classicismo “archeologico” ed “antiquario” che arricchisce col tocco “moderno” di un umanizzante respiro.

L’opera dopo il restauro dell’Opificio (2019)

Ed eccolo riapparire ancor oggi nell’affrescata sala museale, con un piccolo capolavoro ma di inestimabile bellezza: la “Madonna con bambino” (databile, con buona approssimazione, nell’ultimo decennio del ‘400), che Gian Giacomo Poldi Pezzoli acquistò nel 1861 da Giovanni Morelli per 2.000 lire e fece restaurare nel ’63 da Guiseppe Molteni, direttore della Pinacoteca di Brera.
Noto per il suo approccio conservativo e, nello stesso tempo, migliorativo, con integrazioni volte ad apportare modifiche secondo il gusto estetico dell’epoca, il Molteni ebbe la terribile responsabilità di aver snaturato completamente l’effettiva sostanza del quadro ed il significato ed il “significante” dell’ars pittorica del Mantegna.
Ma grazie al complicato e minuzioso restauro compiuto dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, a partire dal marzo 2019, preceduto da più che necessarie ed attente analisi diagnostico-scientifiche di valutazione sulla conservazione e di scoperta “radiografica” del dipinto originario, siamo attualmente in grado di “ritrovare” quanto perduto da un imprudente intervento! Il panneggio della Vergine, che il Molteni aveva pigmentato di blu di prussia (colore tipicamente usato nell’800!), risultava più pesante e si confondeva con lo sfondo scuro, laddove l’Azzurrite originaria dava una colorazione verdognola che circoscriveva e movimentava il manto. La sua veste rossa era eccessivamente arricchita e decorata con pennellate di oro in conchiglia, che nulla avevano a che fare con l’antiquarietà della sensibilità mantegnana, nettamente più sobria. Le dimensioni delle sue spalle ingrandite, quasi a voler far uscire le figure dai margini della cornice, con uno svasamento percettivo non indifferente, ben lontano dal contenimento delle stesse voluto dal Mantenga, che creava, così, un gioco prospettico richiamante l’attenzione dell’osservatore e spingendolo in direzione della “scena”. E infine, ma non meno importante, la “copertura” del tutto con una vernice a mastice, come protezione, rendeva la pittura assimilabile a quella ad olio, con un’accensione eccessiva dei colori ed una “pellicola” giallognola di luce artificiosa, che stravolgeva la tecnica primigenia della “tempera magra”: la stesura, su una sottile tela di lino non trattata, di un leggero strato di colore-legante, con l’effetto di un’apparente aridità, piattezza e polverosità cromatica, in grado di creare, oltremodo, un gradevole ed equilibrato insieme ricco di tensione emotiva.
Un soffio a pieni polmoni quello dell’Opificio, che spazza via in un sol colpo la patina ottocentesca che ricopriva ingannevolmente l’opera stessa, restituendocela con i suoi antichi e reali abiti! Ed in questa nicchia criptica drappeggiata di grigio, tiepidamente illuminata, ecco quel tenero abbraccio di una madre col figlio, uniti nel tocco delle guance, nell’amorevole mano che sorregge il volto del bimbo, placidamente dormiente nel grembo materno, già doloroso per la consapevolezza del futuro destino di morte, riflesso nella rassegnazione di uno sguardo che sa quanto il sacrificio sia necessario per tutti gli uomini; nel manto beato circondato da una lieve aura di dorata santità, nella veste rossa come il sangue versato e bianca come il sudario che accoglie il corpo deposto; nel morbido chiarore che rifulge da sinistra ed evidenzia il movimento di vesti ed arti; nell’intima e soave monumentalità delle fattezze.
E siamo travolti da tanta umana grandiosità racchiusa in un’effigie di pauperistico, armonioso sacramentale sentimento d’amore: “Nigra sum sed formosa”, sussurra invisibilmente. Ma possiamo sentirlo!

Ombretta Di Pietro

“Mantegna Ritrovato” dal 15 ottobre Museo Poldi Pezzoli, via Manzoni 12, Milano. In collaborazione con L’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e il sostegno della Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti Onlus.

 

 

Circa specchiosesto

Controlla Anche

Ristoratori Fipe, appello al governo: fate presto o riaprire sarà impossibile

Sono oltre 10mila le persone che si sono riunite nelle 24 piazze allestite lungo tutta …

Lascia un commento