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Viaggio immersivo nel mondo di Frida Kahlo alla Fabbrica del Vapore

“Chaos”: stato primordiale di “vuoto”, di “buio” anteriore alla generazione; il luogo dove le entità vengono in essere e trovano collocazione; nebulosità senza forma associata all’oscurità… Addentriamoci, allora, in questo caotico e confuso “spazio beante”, che dall’abisso tenebroso dirada i vapori vacui ed acquei, svelandoci, passo dopo passo, la potenza creativa e la grandiosità della personalità della famosa artista messicana Frida Kahlo, iconica effige senza tempo e confini.
I miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati mentali e le reazioni profonde che la vita è andata producendo in me” (Frida Kahlo). Cosa meglio di una mostra interattiva (abbiamo anche una sala multimediale 10D con video ad altissima risoluzione, suoni ed effetti speciali amplificati!) per rivivere dentro di noi queste sensazioni, stati mentali e reazioni e farne scaturire e fluire di nostri? Un “sentire” personale e riappropriativo, generato dall’immersione totale nei siti reali o immaginari, nelle luci e nelle ombre, nei chiaroscuri, nei colori, nei suoni, negli odori e nei sapori di quel “mondo trasgressivo”, di quell’ “universo complesso”. In cui si uniscono dolore ed estasi, solitudine ed appartenenza, in una stravagante mescolanza di tinture, che è l’avvincente vita ed opera della Kahlo.
Immagini “animate” ci consentono di ripercorrere le tappe fondamentali della sua storia personale, che ne ha molto influenzato la produzione artistica: il terribile incidente, a 18 anni, che la rese invalida e perennemente sofferente; il travagliato matrimonio con l’illustre pittore Diego Rivera, segnato da tradimenti, gelosie, abbandoni e riconciliazioni; gli aborti spontanei e la mancanza di figli; l’attaccamento alla sua terra; l’attivismo nel Partito Comunista messicano.
Rivoluzionaria, indipendente, autodeterminata nel pensiero politico, in quello artistico e nel “modus vivendi”.
Dolore, tormento, spaccature sia fisiche che sentimentali, si trasformano in arte, divenendone suggestione, linfa ed elemento principe: una sorta di rifugio in cui Frida trova la sua dimensione di serenità, libertà, emancipazione, esorcizzazione, accettazione e riscatto. Senza mai cadere nel tragico e talvolta utilizzando una sapiente ironia (“Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere” (…) “Nonostante tutto ho la volontà di fare tante cose e non mi sento mai delusa dalla vita”). E ci ritroviamo gentili ospiti cortesemente invitati a Casa Azul, dettagliatamente ricostruita. Nella sua camera, col ben noto letto a baldacchino e lo specchio sul soffitto, che le permisero di “confezionare”, costretta all’immobilità, splendidi autoritratti: “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”.
Nello studio, in cui si respira tutta la sua vitalità creativa: i pigmenti, le tavolozze imbrattate, il cavalletto e la sedia a rotelle, indispensabile per lavorare. Nel giardino, circondati da quella natura che irrompe travolgente nei suoi dipinti, e quegli animali, scimmiette, cani, pappagalli, suoi compagni fedeli anche sulle tele, prolungamento di sé e testimoni di una maternità negata.
Passeggiamo in una galleria fotografica: magnifici ritratti dell’artista, realizzati dal celebre fotografo colombiano Leonet Matiz, immortalano “i colori dell’anima” di Frida, quei bianchi e neri che trasudano fascino esotico, eccentricità, forza, coraggio, determinazione, in quegli sguardi profondi e magnetici!
Incontriamo “l’elefante e la colomba”, Diego e Frida: “L’amore è come un profumo, come una corrente, come la pioggia”: le evocative passionali parole delle epistole scritte al marito, ci svolazzano intorno, mentre sulle pareti prendono vita i grandi “murales” di Rivera, ricchi di tradizione, testimoni di fondamentali cambiamenti, dirompenti nei contenuti sociali ed accesi nei toni politici. Che condizioneranno, in parte, la produzione della Kahlo nei soggetti e nello stile “naìf”… Parimenti alla cultura ed all’arte popolare messicana che piacevolmente ci colpiscono con la bellezza rifulgente dei gioielli e degli incantevoli abiti, frutti polposi e variopinti dell’autoctono artigianato, e con cui Frida adorna se stessa e le sue pitture… insieme ai busti di gesso decorati, che ne sono scheletro, gradito sostegno e gabbia necessaria.
Ed è proprio nei suoi quadri che Frida si specchia, divenendone “il suo doppio”: rivivono circondandoci con tutta la loro maestosità e potere evocativo, volteggianti in un allegro danzare, ritmato dalla retroilluminazione del modlight. Fregiati e guarniti di minuti e molteplici oggetti reali o fantastici, talvolta apparentemente discordanti e dissonanti, ma facenti parte di un preciso disegno: quel “simbolismo” così vero, autentico, autobiografico, percettivo e palpabile (“Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”), con quell’incredibile capacità di interpretare l’intensità e la debolezza sue proprie e dell’intero genere umano.
Un ultimo volo su un aeroplano che non decolla e con ali di paglia appese ad un cielo burattinaio: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più!”… Ma Frida ritorna, riprodotta in piccolo su una miriade di francobolli che molti paesi le hanno dedicato, portatori di un’unica missiva, viaggiatrice senza tempo ed in ogni dove, per diffondere, con un anelito evaporante, il suo grande messaggio: “Viva la vida!”.

Ombretta Di Pietro

“Frida Kahlo – Il caos dentro” 10 ottobre 2020 – 28 marzo 2021, Fabbrica del Vapore, Via Procaccini 4, Milano. Prodotta da “Navigare”, con il patrocinio del Comune di Milano. Curatori: Antonio Arévalo, Alejandra Matiz, Milagros Ancheita e Maria Rosso – sito web mostrafridakahlo.it

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