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Osservatorio di Ciemme: Statalismo in pillole

L’inchiesta giudiziaria in corso sulla “Lombardia Film Commission” per la compravendita di un immobile, in cui sono coinvolti alcuni amministrato vicini alla lega, ha richiamato l’attenzione su questa e molte altre istituzioni simili. La “Lombardia Film Commission” è stata istituita da Regione Lombardia e Comune di Milano per promuovere sul territorio la realizzazione di film, fiction tv, spot pubblicitari, documentari.
A questo fine, assiste, ospita, promuove, aiuta imprese private. Fa parte di una rete di diciannove analoghe istituzioni, create e finanziate da comuni e regioni, di dimensioni finanziarie diverse, ma con compiti simili. Tutte queste fondazioni non profit, ma costose per i bilanci regionali, pur essendo tra di loro in concorrenza, sono associate in un organismo nazionale, l’«Italian Film Commissions» e persino in un «European Film Commissions Network».
Per avere un’idea di questo fenomeno, secondo le indagini più recenti, le partecipate pubbliche, in larghissima misura locali, sono 7.300, con oltre un milione di addetti, un quarto di loro ha più amministratori che dipendenti, molte sono in perdita, alcune sono inattive o incapaci di realizzare lo scopo sociale, non mancano doppioni.
Su questa realtà si sono interessati anche di recente con accurati rapporti, il Ministero dell’economia e delle finanze, l’Istituto nazionale di statistica, la Banca d’Italia, la Corte dei conti e persino il Fondo monetario internazionale. Nel 2014, Cottarelli ne fece oggetto di una analisi attenta. Nel 2016 il governo Renzi ne tentò una disciplina, con l’obiettivo di ridurre il numero di questa massa di organismi. Ma il tentativo non riuscì.
U
na volta, nei decenni iniziali della storia repubblicana, era proibito agli enti territoriali di ricorrere all’istituzione di società e fondazioni. Poi, le maglie si sono allargate, ma in un primo momento si è mantenuto un controllo indiretto, di ordine finanziario. Ora è venuto meno anche quello, con la conseguenza che il nostro è divenuto uno Stato dove ognuno si serve come crede.
Ma alla luce del caso «Film commissions» e di realtà simili vengono spontanee alcune osservazioni. E’ logico che le Regioni si interessino di cinema e audiovisivo? Non dovrebbero piuttosto dedicare le loro energie alla sanità, ai trasporti, all’assistenza? Se il cinema rientra nell’ambito della cultura, non dovrebbe interessarsi il Ministero dei beni culturali e del turismo? Se le esistenti diciannove istituzioni locali-regionali si riconoscono come omogenee, tanto da associarsi sia a livello nazionale, sia a livello sovranazionale, perché poi seguono regole diverse nella gestione (ad esempio, alcune applicano le regole sulla trasparenza, altre sembrano dimenticarle)? Una volta, fino agli anni ’90 del secolo scorso, avevamo un vasto numero di enti e società nazionali. Ridotti questi, si è ampliata la sfera delle organizzazioni locali. Non sarebbe ora almeno di razionalizzare e ridurre tutti questi enti territoriali? Lo vorranno fare quelli che vogliono ridurre parlamentari, vitalizi, indennità?

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