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‘Andando via. Omaggio a Grazia Deledda’ al Mudec

L’ideatrice della mostra Giuditta Sireus

Il filo, guidato da sapienti alacri dita femminee, rammenda strappi, orla bordi, imbastisce e cuce insieme parti, confezionando un unico prodotto. Pettinato su telai, vola da destra a sinistra, dall’alto al basso, da una diagonale all’altra, tramando manufatti appuntati di ornamenti, che rivelano, all’occhio attento, vicissitudini esistenziali reconditamente “curiose”, di passati, di transiti, di infiniti attraversamenti sul “tèrreo” globo, proiettati verso un altrove spiritualmente intramontabile.
Un filo scuro che scorre, srotolando da un’unica matassa lanuginosa. Imbratta di grafemi inchiostrosi e narranti le bianche pagine vuote del silente quaderno. Decora i chiari piloni cementiferi di figure recitanti, che, sospese, travalicano i limiti parallelepipedei, in una pièce dialogante con l’intorno. Ricama le candide tele con reticoli ludici e misteriosi, spartiti di note di una magica canzone che solo un orecchio fino può udire e comprendere. Scalpellato dalla punta solleticante di una penna che racconta storie di mondi e persone, spaccati di vite traduzioni dell’essenza stessa del vivere. Piegato in forme ferrose che danno corpo ai personaggi di quelle vicende, animandoli con voci evocanti orali soliloqui di corali sentimenti. Intessuto da un pungente ago che quelle sagome traspone su leggiadri canovacci, svolazzando eteree, in un groviglio di contrastante sentire verso una dipanante universalità. Mani che agiscono singolarmente e poi si intrecciano, in un’unione che omaggia il valore individuale e la potenza incontrastata di un connubio, esaltante, nella peculiarità, la necessità di una condivisione interscambica in quel tutto di cui, imprescindibilmente, ciascuno ne è una parte.
Quelle di una scrittrice, Grazia Deledda, che traslano su carta, con lapis unguentoso, l’umana esistenza, preda di forze superiori come “canne al vento”, e di malvagia sorte che reca sofferenza, peccato, colpa ma, altresì, espiazione e pietas, sulla via della fede e del libero arbitrio.
Quelle di un’artista, Maria Lai, che forgiano il resistente ferro, creando stilizzate effigi femminili reincarnanti le travagliate, dolenti, combattute ma resilienti protagoniste dei romanzi della Deledda, un “monumentale” riconoscimento dovuto alla grandezza della sua conterranea, nella totale convinzione, irrinunciabile ed indispensabile, della concatenazione e contaminazione di ogni forma espressiva: “Da un’opera d’arte può nascere un’altra opera”!
Quelle ordunque operose delle tessitrici di venticinque realtà tessili sarde che, col loro lavoro solerte e preciso, ripropongono, su ventidue arazzi, le realizzazioni della Lai, conferendo loro un valore planetario, nella duttilità delle tessiture, che si adattano ad ogni ambiente e possono essere collocate ovunque, e nel simbolismo misterico del ricamo, che può nascondere, dietro qualsivoglia viluppo ed intrico di ordito di difficile decodificazione, il senso più profondo dell’esistente: come, del resto, è il grande luna park della vita! “Andando via”. E troviamo l’incredibile tenacia e sensibilità appartenenti al “mondo donna”, nella bravura trasversale e rafforzata delle artiste coinvolte e nella grandiosità delle “interpreti romanzesche”. Tutte quante con solide basi che affondano le nodose radici in un’unica realtà, una sola genesi: la tradizione sarda.
Radicata, ancestrale, pulsiva, misticheggiante, di credenze millenarie legate a quella terra pastorica che sa di salmastro mare pescoso, quella terra che genera creature come il materno ventre, in un atto di arcana sacralità suprema. Così com’è anche l’atto del creare artistico, che alla tradizione stessa sa dare una valenza moderna, attuale e senza tempo! Assaporiamo pertanto arte e vita mentre percorriamo la stanza che ospita l’installazione, il raccolto Spazio delle Culture: scelta più che appropriata! E un segreto fermento soprannaturale ci travolge, quasi inspiegabilmente, facendoci fantasiosamente oltrepassare le terse intonse pareti e il grigio cubico soffitto, pervadendo i nostri animi e trasportandoci in una dimensione di imponderabile assoluto.
“Andando via”: senza però perdere e perderci, senza cancellare e dimenticare, ma lasciando tracce di un qualcosa, segni di un passaggio, eredità postume, trame di lucente eternità.

“Andando via. Omaggio a Grazia Deledda” prima opera corale d’ Arte Tessile Sarda, ideato da Giuditta Sireus e sostenuta dalla Regione Autonoma della Sardegna. Inserito nell’ambito del palinsesto culturale 2020 “I talenti delle Donne” del Comune di Milano. MUDEC, Spazio delle Culture 11 settembre – 11 ottobre 2020. Ingresso libero.
Per info: www.mudec.it; c.museoculture@comune.milano.it 

Ombretta Di Pietro

 

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