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Miriam, giovane infermiera di Brugherio: fiera del lavoro che ho scelto

Miriam Beretta è una giovane infermiera di Brugherio. Lavora all’Unità di Terapia Intensiva Respiratoria e Pneumologia dell’ospedale di Merate. Da mesi, come tanti colleghi, combatte il coronavirus. E in questi mesi difficili ha iniziato a tenere un diario in cui annota emozioni, timori e pensieri.
A farci conoscere la sua storia è il nostro lettore Giovanni Giudice.  “Miriam è una compagna di studi  di mia figlia Monica – spiega Giudice – . Una ragazza  straordinaria che in questi mesi di pandemia ha fatto della sua giovane vita una missione, come tanti altri valorosi colleghi. E’ un vero peccato – continua Giudice – che il valore di questi infermieri, che si sono presi cura di noi anche nel passato, lo sappiamo apprezzare solo oggi che rischiano la vita  per noi. E le Istituzioni? Quando passerà tutto questo, forse saranno le prime a dimenticare? Riusciranno a fare tesoro di quanto accaduto ed impegnarsi affinché questi nostri valorosi ragazzi possano credere ancora in un futuro migliore? La testimonianza indelebile e silenziosa della loro umanità non può e non deve cadere nell’oblio. Vogliamo avere fede e speranza come quella che si percepisce dal diario di Miriam. Così ci piace sperare che dopo questa guerra inaspettata, le nostre Istituzioni prendano coscienza del loro ruolo e della loro grande responsabilità di guida, pensando di più all’Amor Patrio e soprattutto all’Amore verso i cittadini“.
Ed eccolo dunque un piccolo emozionante estratto del diario di Miriam Beretta, giovane e volitiva infermiera, che con semplicità racconta (e si racconta) tre mesi drammatici di convivenza con il covid in reparto.

Il primo giorno
Non è più il reparto che ho sempre conosciuto. Ci sono un’ansia e una pesantezza nuove. C’è anche paura. Non è la “solita polmonite”. Ho tante domande in testa, non ho risposta. Mi sento anche un po’ disorientata. Non che non sappia assistere, ma le “linee guida” sono vaghe, non c’è un sentiero sicuro da percorrere.
Intanto che tutto questo frulla nella mia testa, arrivano i pazienti: sono spaventati, vorrebbero sentirsi dire “ora la curiamo noi, non si preoccupi”, vorrebbero risposte. Ma non ne abbiamo, non abbiamo una strategia chiara. L’intubazione, il temuto “tubo in gola”, è un jolly che va giocato con parsimonia. Nemmeno quello è sicuro ti possa salvare.          

Il delirio
I turni diventano molto pesanti. C’è rumore, delirio, pazienti che arrivano al limite della sopportazione del casco, che non ce la fanno più. Devi correre, fare le cose bene e in fretta. Non riesci a dedicare a ognuno il tempo che vorresti: raccogli i dati essenziali dell’anamnesi, sai che è Covid positivo (o presto arriverà la conferma) e guardi l’età: ci sono gli over 75 e i 45-50enni.
Spesso e volentieri arrivano dalla provincia di Bergamo. Cerchi anche di imprimerti nella mente i loro nomi per non etichettare tutti come  “paziente-Covid-positivo” e basta.
Devi spiegare che dovranno mettere il casco: l’unica terapia d’urto che, per il momento, abbiamo. Poi comincio a pregare: spero di vedere qualche miglioramento, anche minuscolo. Qualcosa dovrà funzionare contro questo dannato virus…  Si comincerà anche la terapia con immunosoppressori, antivirali, enoxaparina, azitromicina…

Non c’è spazio neanche per i morti
Tanti cominciano anche a morire. Non si può più far nulla. Peggiorano e basta. E sei impotente.
Smonto dal turno, rientro il giorno dopo: “Il paziente è peggiorato, forse sta morendo”. Nei turni corri, corri, corri. C’è rumore, sofferenza, confusione. Quando finisco il turno vorrei scappare via e rinchiudermi in una bolla, isolarmi. Mi rifiuto di ascoltare i telegiornali: non ho voglia di sentir parlare di numeri, di morti, di casi che aumentano. Voglio un piccolo angolino dove poter stare tranquilla. Almeno per qualche ora. Una delle frasi più brutte che senti è “il malato xxx è morto. Dovrebbe essere portato in camera mortuaria. Ma non ci sono posti, è pieno. Dobbiamo aspettare”. Non ci sono posti.
Nonostante tutto il delirio, con i colleghi (che sono ormai una seconda famiglia) cominci a trovare la forza di sorridere, scherzare, pensare positivo: non durerà per sempre (i cinesi e i sud coreani hanno ottenuto risvolti notevoli, perché noi no?).

Una timida speranza
Comincia a farsi strada la speranza (timidissima, ma c’è). Inizia a delinearsi un “iter terapeutico”. I turni sono sempre super frenetici, ma cominci a sentire che stai lottando, ti attivi in modo positivo.
Sei protagonista di una pandemia che sei chiamato a combattere in prima linea. Dobbiamo farcela.
Possiamo farcela. La gente comincia a chiamarci “eroi”. A volte fa piacere. A volte, sinceramente, essere nella spot light mi mette in imbarazzo: io sono un’infermiera. Sono sempre stata in prima linea e sono fiera di questo: è il lavoro che ho scelto, il mio dovere. Non ho super poteri (anche se, in questi casi, farebbe comodo).

Ne usciremo?
Ne usciremo? È una domanda che amiche e conoscenti mi pongono spesso. Quando tutto è scoppiato, l’ho chiesto a mio papà, medico. Lui mi ha risposto “Certo. I tuoi nonni hanno vissuto e combattuto due guerre, vissuto la carestia. Tuo nonno è stato tenuto prigioniero. Loro hanno avuto coraggio di ricominciare e perseverare, anche noi possiamo farcela”.
È difficile, ma non impossibile. Faccio parte di un’equipe fenomenale, siamo una forza della natura. Noi lottiamo e non ci fermiamo. Barcolliamo, ma non molliamo.

Quarantena e vaccino
La quarantena è una prova grossa per tutti. Pesa. Ma non possiamo arrenderci. Ho fiducia in chi sta studiando per un vaccino, in chi trova un momento di bellezza o di gratitudine. Troviamo anche la forza di scherzare in reparto. Ormai siamo “ingranati” in questa nuova pandemia: continuiamo a fare il massimo e andremo avanti a testa alta. La speranza cresce e noi diventiamo ogni giorno (nonostante gli ‘scleri’ e i momenti di sconfitta) sempre più uniti e forti.
“Caro” Covid, noi non indietreggiamo neanche di un passo.

Miriam Beretta

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