Home » Tempo libero » Il racconto. Un sogno … un giorno

Il racconto. Un sogno … un giorno

Foglietti giornalieri del calendario da tavolo, grossi numeri rossi emergenti dal fondo bianco. Svolazzano folleggianti in preda ad una tempesta di vento, che spalanca le cerniere arrugginite della nebulosa finestra. Ne afferra uno nel pugno con casuale guizzo acrobatico: Aprile, 25.

O. cammina nel bosco, affondano i piedi pantanosi nell’umido terriccio pietroso, odore di pini, pigne, pinoli. Il sentiero serpentino inerpica senza fine, ha il fiatone, gocce sulla fronte, gemme di trasudante fatica. Muschi verde brillante, licheni sfrangiati, vestiti per cortecce rugose dissetate da rigagnoli di acqua sorgente… una confusa sensazione di déjà-vu.

Un raggio di sole penetra le fitte fronde e colpisce la lama incandescente. La mano grande, forte, esperta, dalle vene in rilievo, muove il coltellino su e giù: toglie la buccia a un ramo secco. Un altro tralcio denudato giace accanto a piedi dagli scarponi screpolati.

Il vecchio siede su una pietra ai bordi del camminamento, pantaloni di velluto chiusi da calzettoni pesanti, giacca di panno pizzicante, berretto di lana grezza, zaino ingombrante sulle spalle, viso solcato dalla vita. Occhi nocciola bordati di azzurro, opachi per l’età, guizzanti per saggezza, colpiscono quelli verdi di O., sporgenti, contornati di viola. “Farai meno fatica così”, le porge uno dei due bastoni ripuliti e forgiati dalle avvizzite escrescenze arboree… già visto quello sguardo, già udita quella voce, decisi ma rassicuranti… non sa dove, non sa quando.

Si issa alto e corpulento, la schiena ancora ritta e fiera. “Andiamo, che tante volte sono stato su queste montagne. Ho scalato ogni cima, su, sempre più su, fino alla neve, culla delle aquile”. Svela tra le dita una stella alpina, delicata testimone di prodezze, regalo per O., segnalibro del suo diario.

Un cane sgambetta giocoso, lupoide dalla folta chioma. Balza addosso a O., le zampe sulle spalle, la bacia con lingua rasposa. “Leooo, Leooo, Leone!” una giovane eco richiamante. Le fa seguito un bambino, calzoni corti, canottiera a coste, bretelle di corda. Scalzo, gli occhi nocciola bordati di azzurro grandi, acuti. Sotto braccio abbecedario, quaderno, lapis spuntato, sul palmo calli di già duro lavoro. Picchia la terra con la zappa, prolungamento di piccole braccia nervose, fischia al suo obbediente amico quadrupede, e zampettano, corrono, saltano. Rientra nell’umile dimora al calar del sole, la cena parca di polenta nel paiolo: “Buon appetito”, ne porge un piatto a O., seduta a tavola sulla legnosa sedia dondolante.

Il vecchio precede O. con passo deciso, incurante, tenace. Inciampa, cade, O. intravede la pelle lacera del ginocchio, scalfito dai sassi, sotto i pantaloni lisi. Corre preoccupata per aiutarlo, lui sorride “non è niente”. Si rialza, fazzoletto bagnato con l’acqua della borraccia, pulisce la ferita, riprende il percorso zoppicante, trafiggendo il limo ondulato con la spoglia verga. Salgono ancora, O. sente la stanchezza crescere, il vecchio sembra non sentire niente, avvezzi sforzi di un’esistenza.

Un ragazzo scava veloce, le mani sanguinanti, consuma unghie e sudore. Pantaloni di velluto, giaccone di panno, scarponi screpolati, cappello di lana, foulard rosso intono al collo, fascia tricolore intorno al braccio, due stellette sul bavero. Gli occhi nocciola bordati di azzurro increduli, determinati, puntano su O. La afferra repentino, si catapultano nella tana trincerata, sensazione di cadere in un vuoto infinito, sapore di humus proteggente. Le sue orecchie sintonizzate su captanti segnali, il grigio volto infossato teso come un nerbo. Spari in lontananza, nebbia fumosa: “Gildo! Gildo!”, note minacciose. E poi più, silenzio per attimi, minuti, ore. Esce dalla buca, pochi passi dolenti, un click metallico. O. fissa inerme la canna pronta a far fuoco dal giaciglio limaccioso, le gambe risucchiate da un vortice di energia paralizzante. Si girano, le espressioni consapevoli, lui vede dinnanzi a sé il suo riflesso con un foulard nero al collo e neri occhi peccatori. Si rigira, accenno di corsa, scoppio, un polmone trafitto. O. atterrita, lui sorride “non è niente”, la faccia sporca di fogliame e tristezza.

Il vecchio continua il suo cammino instancabile, O. lo segue non sapendo dove, non sapendo quando. Una sagoma accucciata ai piedi di un albero, magra, affamata, raggrinzita. Il vecchio prende del cibo dallo zaino, lo da a O., fa cenno in direzione del prostrato. O. glielo porge: “Grazie”, un esile suono, arti tremanti, infossati bulbi neri colpevoli e un foulard nero al collo.

Un uomo galoppa la bicicletta sfarfallando nell’aere terso, tuta blu, cappello di lana, mollette alle caviglie dei pantaloni per impedirgli di ostacolare il roteare raggioso. Timbro acuto di sirena, ordine d’inizio, il cestino del pranzo e una tessera nel portafogli che fuoriesce dalla tasca scucita. Osserva O. da lassù, pedalando indefesso, con ogni tempo, in ogni stagione, gli occhi nocciola bordati di azzurro, la pelle indurita da alacre logorante attività, un sorriso di dolcezza nel cuore.

Finalmente il vecchio si ferma, la spossatezza di O. è tangibile. Giunti a una radura, in alto, così in alto da poter vedere il mondo intero, lo contemplano insieme, il vecchio mostra a O. un luogo e l’altro.

Una fune nerboruta collega alla dirimpettaia cima , O. è impensierita, il vecchio le sorride “non è niente” e come un esperto equilibrista la scorta sul filo tirato nel nulla, nel non si sa dove , nel non si sa quando. La sua stretta coraggiosa tranquillizza O., fino a dileguarsi evanescente. O. prosegue il funambolico tragitto, punta avanti, passo dopo passo, sente quegli occhi nocciola bordati di azzurro guidarla da lontano, non sa da dove, non sa da quando, ma l’accendono di volontà confortata.

O. scosse il capo, che vibrò in una danza ticchiosa. Si era appisolata senza neppure accorgersi, rovesciata sulla scrivania. Aprì le palpebre impastate, si massaggiò il collo intorpidito, sollevò la testa dalle braccia formicolanti, si stiracchiò emettendo uno sbadiglio sibilante. Il calendario da tavolo, grosso numero rosso su fondo bianco: Aprile, 25. Accanto la foto di un vecchio, gli occhi nocciola bordati di azzurro lucenti, un sorriso sereno, un foulard rosso intorno al collo, per mano una bimba dagli occhi verdi contornati di intensi ricordi.

Ombretta di Pietro

 

Circa specchiosesto

Controlla Anche

Quattro associazioni unite per creare centro culturale diffuso

“Luoghi di trasferimento culturale” è uno dei progetti selezionati dalla Fondazione Nord Milano all’interno del …

Lascia un commento