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‘Georges de La Tour. L’Europa della luce’ in mostra a Palazzo Reale

I giocatori di dadi
San Giacomo Minore

Camminavo ieri in tarda serata per la città assonnatamente buia, sognante nei suoi caldi giacigli e morbidamente cullata dalla luce calda dei lampioni, intervallata da puntini più brillanti di lampade dai freddi neon.
Camminavo questa mattina presto tra gli sbadigli delle abitazioni, risvegliatesi dal torpore della notte trascorsa che si dissolveva, tiepidamente illuminata dal timido chiarore di un’invernale alba rosa-arancio e da quel giallo opaco che tagliava in due i palazzi ed investiva il campanile di un’aurea pittorica, fissando il tutto nell’etericità lunare di una virtuale tela.
Luce ed ombra, chiari e scuri, interni ed esterni, che caratterizzano l’essenza profonda di luoghi, ambienti e persone. Elementi ambivalenti, apparentemente contrastanti ma in realtà che si compenetrano in un dialogo rivelatore che troviamo prepotentemente nelle opere del misterioso pittore “barocco” del ‘600 francese Georges de La Tour.
Per anni dimenticato nel girone limbico degli artisti e riscoperto solo nel 1915 dallo storico dell’arte Herman Voss, che diede il via alla sua “resurrezione” da forma ectoplasmatica ad artefice di magistrali opere “a lume di candela”.
Pittore della luce, come lo fu il Caravaggio, che influenzò fuori ogni dubbio tutta la sua produzione, anche se non si sa di per certo come si sia imbattuto nel grande maestro italiano, che con lui condivide anche la riscoperta tardiva nel XX secolo. Forse grazie alla conoscenza del lavoro del pittore olandese Hendrick Terbrugghen o del pittore francese Adam de Coster, il Pictor Noctium altrimenti detto, sicuramente “caravaggeschi”.
E col Maestro condivideva le umili origini, de La Tour era figlio di fornai, ed un passato turbolento, costellato anche per il francese da numerosi atti giudiziari che lo connotavano come avidamente e violentemente difensore di quei privilegi nobiliari che il matrimonio con Diana le Nerf gli aveva garantito. Aprì una sua bottega a Lunéville (dopo la sua morte per malattia, portato avanti da uno dei suoi 10 figli), mentre trasferitosi a Parigi divenne “Pittore ordinario del Re”.
Certamente una vita ed una fine più “gloriosa” rispetto al Merisi. E l’eredità lasciataci di straordinario valore realizzativo ed emozionale.
Varchiamo allora la soglia del tempo e viaggiamo a ritroso, in quel passato oscuro abilmente riacceso dalla grazia delatouriana. Un viaggio in quel suo mistero, in quello delle sue opere e nel nostro stesso più segreto. Accompagnati da alcuni di lui contemporanei in un interscambio di influenze con assonanze e differenze, ma uniti nel creare un europeo “movimento della luce”. Quella intima ed introspettiva di de La Tour, di un lume ceroso celato da mani che acquistano un ruolo da protagonista: nascondono, afferrano, si intrecciano, indicano, curano.
Più freddo o più caldo l’alone luminoso riveste i volti dei personaggi evidenziandone le espressioni: meditative, contrite, sofferenti, divertite, quiete, festanti, goliardiche al limite del caricaturale, solitarie o socievoli. Di santi o comuni genti, di nobili o viandanti ma sempre di un’umanità travolgente, nel dettaglio preciso, nella tratto diafano o nella minor definizione della resa pittorica. O altresì la corona luminosa modella taluni particolari accarezzandoli teneramente, senza mai essere violenta, facendoli emergere da bui acquitrinosi mai totalmente celanti: guardiamo bene e sullo sfondo noteremo muoversi altri soggetti, come se avessimo due piani-sequenza, in un amalgama di toni dalla morbida compensazione unitaria delle parti.
Talvolta l’uniformità del chiarore investe ogni cosa accompagnata da miti proiezioni di ombre in un tutto pervadente che blocca la scena in una corporeità perpetuamente inestinguibile. Tele che sono spaccati di vita quotidiana, fermo-immagini scenografici che non siamo chiamati solo ad osservare: i personaggi-attori non ci guardano mai invitandoci, così, a salire sul palco, entrare nel set per vivere intensamente la poesia di quei racconti.
Così veri e autentici, narrati da un pittore della realtà o meglio dell’interiorità realisticamente mascherata. E allora tuffiamoci nei rossi aranciati o carmini, nei marroni ocra o bruciati, nei grigi verdi, nei gialli ambrati, in quella sommatoria di colori e forme che assurgono a metafore della vita, a spiritualità, a sentimento ed introversione reconditamente provati. Facendoci guidare da quella luce ipnoticamente pulsante che accende in noi la consapevolezza dei nostri umani sentimenti: e se anche ci soffi sopra non la puoi spegnere, in una solitudine dell’io che è universale.

Ombretta Di Pietro

“Georges de La Tour-L’Europa della luce” Palazzo Reale, dal 7 febbraio al 7 giugno 2020, curatori Francesca Cappelletti e Thomas Clement Salomon, promossa dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Mondo Mostre Skira. Per info: 0292897755 – preno.gruppi@vivaticket.com

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