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Palazzo Reale ospita la grande mostra su Emilio Vedova

Mai nessun luogo meneghino sarebbe risultato più d’uopo ad ospitare, tra le sue settecentesche mura, codeste opere senza tempo. Ma prima del grande spettacolo siamo ospitati nel foyer della Sala del Piccolo Lucernario, un retropalco, un camerino dei ricordi, una summa della produzione artistica di Vedova, un sunto tra biografia e realizzazione, un “foglietto” esplicativo che il “teatro dell’arte” ci lascia a disposizione per calarci nelle viscerali interiora di quanto messo in scena. Passiamo così dalle articolate geometrie ipercontrollate delle prime produzioni degli anni ’40 alla liberazione assoluta del tratto, delle cromie, delle forme di tutta la successiva sperimentazione, che arriva fino agli anni ’80: “Volendo razionalizzare… quei segni… li disumanizzai… nella lucidità razionata quanto una macchina”, “bisogna superare e superarsi”! In un’arituale gestualità istintiva proiettata all’astrattività metafisicizzante, che affonda però le sue radici negli accadimenti e nel vissuto reale dell’artista.
Tratti veloci, nervosi, spontaneità del segno, linee spezzate e fendenti, in quei grandi “Teleri” di bianchi e neri, con lievi accenni di tenui colori, o in quei contrastanti “Rossi” accesi tra luci e ombre, dove lo sforzo tensivo trasuda sacrificio, fatica, nell’espressione totale dell’essere e di rivalsa dell’individuo dal contesto socio-politico nel quale è inserito: “una pittura di evidenti contenuti anche di lotta”.
In un’esplosione di dinamicità che travalica i limiti delle tele invadendo e pervadendo l’intorno, in un atto di ribelle libertà dell’essere e della storia. O altresì negli infuocati colori racchiusi da pressanti neri in quei “Cicli” che sembrano circoscriversi e ripiegarsi su se stessi, in un gorgo risucchiante di implosiva difficoltà di Emotività e Psiche. Per poi imbatterci nelle composite strutture “scultoree” tridimensionali, come la serie dei “Carnevali”, omaggio alla natia Venezia, dove imperfette maschere “vive” arrampicano su costruzioni irregolari, riflettendosi in lagunari basi di anticorodal. Ed ora siamo pronti ad entrare, per assistere alla grande performance, nella suggestiva sala del “teatro delle Cariatiti”, evanescenti figure dai volti fantasmici levigati dal trascorrere del tempo, capaci pur tuttavia di sostenere il peso strutturale dell’antichità in un’ectoplasmatica resistenza tesa ad una liberatoria fuga verso un altrodove: niente di più correlabile con la “piece” che vi ha luogo.
E siamo subito colpiti dalla serie dei “Plurimi”, organismi scenici dalle geometrie spezzate, dai piani intersecantisi che creano spazialità interconnesse, con aperture che fungono da finestre attraverso le quali vedere oltre. Dipinti in ogni parte, con inserti di giornali alla maniera di “collage”, invitano a girarci intorno in una sorta di giostra girotondiana che ci apre ad ogni passo nuovi mondi, riflettentisi negli specchi posti sulle pareti della sala. Oppure possiamo osservarli dal basso se penzolanti dal soffitto come abili acrobati circensi!
“Armi dinamiche”, articolate, tentacolari, aggressive, provocatrici in “un mondo sempre più spinto all’incoscienza collettiva”! Un muro alto 5 metri e lungo 30 taglia in diagonale la stanza: un treno che scorre veloce i cui finestrini sono le tele stesse, un dardo scoccato con vigore a squarciare lo spazio scenico, a farci alzare lo sguardo per vedere dove andrà a finire! Un muro nasconde, cela: cosa ci sarà al di là? Con enorme sorpresa, girato l’angolo, ci troviamo dinnanzi alla serie dei “Dischi”, grandi tondi lignei poggiati a terra o sdraiati sul pavimento, dipinti sui due lati, senza un davanti e un dietro, in un tutt’uno globico e sfericizzante. Il cerchio è la forma meno controllabile, nella sua rotondità rotola, mentre il quadrato cinge ed è stabile! Nella sua circolarità torna all’origine ma per superarla, in un continuo viaggio di crescita e di avvicinamento al non finito, all’“informale”.
Questi ballerini ci danzano intorno e noi balliamo con loro in una sorta di “selvaggio” rituale propiziatorio, in omaggio all’Arte che è sapere necessario, impegno morale, totale, disinteressato, e la pittura “qualcosa di scontato nella vita”! Sabbiosità ruvide, colori neutri o vitali gettati in un continuum variegato o liquefacentisi in una dimensione indefinita , linee contorte graffiate con grinta e incise con ardore incontrollato sui supporti. Alla fine del percorso solleviamo il capo verso un immaginifico universo cupolesco: un disco spezzato fuoriesce dal muro, ultima tappa di un cammino dove tutto è interazione tra opera, luogo e spettatore, in un connubio che, partendo dal vissuto concreto, spinge al superamento del qui e ora, per portarci in un “altroquando” di compresenze senza limiti di spazio, tempo e materia. Frammenti di infinita libera unicità.

Ombretta Di Pietro    

La mostra “Emilio Vedova”, Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, 6 dicembre 2019 – 9 febbraio 2020, curatore Germano Celant, è promossa dal Comune di Milano Cultura, da Palazzo Reale e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, col sostegno di Generali Valore Cultura.

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