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‘Io non sono Islam’: il dramma di Islam Mitat, giovane prigioniera dell’Isis

Sara Gironi Carnevale

Una “favola” in bianco e nero, con un lieto fine cosparso da tanti puntini rossi indelebili, che stanno lì, a ricordare la guarigione da una malattia endemica che lascia segni perenni sul corpo e nell’anima. Il bianco dei sogni di Islam Mitat, una giovane ragazza marocchina di 19 anni, una ragazza come tante, che desiderava studiare fashion design a Londra.
I genitori, musulmani moderati, appoggiavano i desideri della figlia, ma una condizione era imprescindibile: doveva prima sposarsi. Islam trova marito su un sito on line, preposto a procacciare patner “da matrimonio”, Ahmed, di origine afgana e con passaporto britannico: il sogno che diventa realtà. Infranto dal nero di una terribile verità: Ahmed si stava preparando a tornare nel paese d’origine come combattente, portando la giovane sposa con sé, in quel “sedicente” stato islamico integralista ed estremista dell’Isis, di cui diventa prigioniera per tre anni.
Il rosso, degli abusi, delle torture, della schiavitù, di questa donna che pur avendo avuto tre mariti e due figli, è proprietà di questa entità malvagia e oscura, fino al totale annientamento della sua personalità e la cancellazione della sua identità. Questo orco malefico, questo cancro che aggredisce le viscere dell’islam, colpendo la sua essenza più veritiera per distruggerla: ma l’Islam non è l’Isis!
Tenendo accesi il bianco della speranza e la luce della renitenza, Islam riesce a fuggire, aiutando anche altre donne nelle sue condizioni, che sono tante e troppe! e fa ritorno dalla sua famiglia in Marocco con i suoi figli: un finale positivo. Ma… oggi Islam vive in una zona di grigio, desiderosa di rifarsi una vita, ma marchiata dall’incolpevole onta di essere stata “moglie dell’Isis” e la sua prole “figli dell’Isis”, senza patria, senza documenti, per cui le vengono negati i passaporti sia britannico che australiano.
Un altro prezzo da pagare per delle responsabilità non sue, o vogliamo tacciare come errore inseguire le proprie ambizioni, come tutti facciamo. Altre ferite aggiunte a quelle rimarginate del suo animo, ma di cui rimarranno sempre le cicatrici… La storia di Islam è stata seguita dalla stampa internazionale facendo il giro del mondo: ma, come spesso avviene, tante volte le storie vengono dimenticate. Benedetta e Sara con la loro graphic novel ce la riconsegnano invitandoci a riflettere, a prendere coscienza e consapevolezza, a conoscere con obiettività, in un periodo di bombardamento di notizie spesso manipolate e distorte, che, proprio in virtù dell’eccessiva quantità, non ci danno il tempo di approfondire! Con immagini d’impatto, dall’autenticità effettiva, realizzate da Sara grazie a fotografie ma soprattutto ai racconti di Benedetta, giornalista freelance nei paesi arabi, che vive in prima linea le situazioni dei territori in fermento (in questi giorni è in Siria). Nelle quali le vittime hanno grandi occhi espressivi e i carnefici le fattezze di animali (che ricordano in parte le rappresentazioni degli dei egizi), con occhi rossi sputa sangue, che proiettano ombre purpuree generanti un fiume demoniaco!
L’inizio di ogni capitolo è una porzione di mappa, una pagina nera venata del bianco dei confini, con un puntino rosso sulle città che sono le tappe del viaggio di Islam verso la libertà. Ed una trama dinamica, con racconti che cambiano anche improvvisamente, unita a focus di approfondimento di taglio più giornalistico, per poter consentire di inquadrare appieno la situazione anche ad un pubblico meno esperto. Il tutto realizzato con totale equilibrio ed oggettività. Per darci modo di essere più analitici e meno in preda a paure ed esasperazioni eccessive e fuorvianti, su cui spesso si fa leva per interessi propagandistici. Recuperare l’ovvio di un paese, quello islamico, che è bianco e nero, dai mille volti e contrasti, in cui tutto tace ed improvvisamente riesplode tingendosi nuovamente di rosso fuoco, come sta accadendo in questi giorni in Siria. E ridare voce, corpo, dignità a quelle donne che reagiscono in difesa di umani diritti, le “resistenti” (come le “soldatesse” curde), nulla a che fare con le “combattenti” dell’Isis, ancora più efferate degli uomini.
“A tutte le donne che lottano, che resistono e non si arrendono. A tutte quelle che credono nella libertà e sono disposte a sacrificare tutto per aiutare altre donne” (Benedetta), e questo ha valore universale, lo sappiamo bene anche noi donne occidentali. L’essere umano ed il mondo sono bianco e nero: ma se sappiamo vedere le molteplici sfumature con predisposizione ed apertura mentale forse possiamo ancora sperare di “cavarcela”. “La resistenza continua” ci saluta Benedetta!

Ombretta Di Pietro

(“Io non sono Islam”, graphic novel di Benedetta Argentieri e Sara Gironi Carnevale, edizioni Magazzini Salani, è stato presentato martedì 15 ottobre alla libreria Feltrinelli di Piazza Duomo, con la partecipazione di Camilla Ronzullo).                              

   

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