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Joker ancora in testa al box office

È una figura tragica imprigionata in una esistenza da commedia Arthur Fleck. Lo ammette lui stesso di fronte alla psicologa dei servizi sociali che stancamente gli ripropone ad ogni incontro le stesse domande senza neanche allarmarsi delle frasi autodistruttive che legge sul suo diario.
Arthur sbarca il lunario lavorando come clown (mamma mi dice sempre che sono nato per portare sorrisi e gioia) e sogna ad occhi aperti davanti alla tv gli applausi del pubblico del Murray Franklin Show (con Robert De Niro nei panni dell’anchorman in uno spericolato omaggio al Re per una notte di Scorsese). L’applauso insanguinato che troverà in una Ghotam City, sporca, frustrata e arrabbiata. Una città allo sbando che cerca un punto di riferimento per risollevarsi dalla povertà e dall’abbandono. E per riaversi sui potenti – Thomas Wayne in testa – che sembrano volersi dimenticare degli ‘ultimi’.
Arthur è uno di loro, un uomo che per sua stessa ammissione non ricorda un solo giorno in cui sia stato felice. Schiacciato da una risata incontrollata e sguaiata che lo colpisce a tradimento nei momenti di massima tensione (una patologia, come recita il bigliettino che porta sempre con sé e che sugli autobus mostra alle mamme spaventate), chiede solo di essere ascoltato.
Ma nessuno sembra disposto a farlo, almeno fino a quando Arthur non decide – suo malgrado – di cambiare le regole.
È impossibile trovare un aggettivo che non sia stato già usato per definire l’interpretazione di Joaquin Phoenix in Joker. Magnetico, tragico, dolente. Phoenix è tutto questo e molto altro nella sua straziante versione del villain ispirato ai personaggi DC Comics.
Scheletrico e armonioso nei movimenti rubati alla danza, dolente e ipnotico nei primissimi piani che il regista Todd Phillips gli riserva come in una assoluta dichiarazione d’amore, Phoenix si annienta totalmente nello sguardo folle e disperato di Arthur Fleck.
Un uomo che annota battute su un logoro diario per quella che spera possa diventare la sua seconda vita che potrebbe portarlo lontano dall’appartamento che divide con l’anziana madre.
Ma c’è quella sua risata malsana che lo travolge, umilia e intrappola, lui che felice non sì è mai sentito, in un ruolo che non gli appartiene. Una risata agghiacciante che ci inchioda allo schermo, prendendoci alla gola e allo stomaco. Così come le note del tema tragico di Hildur Gudnadóttir che avanza sottile nel racconto, si sostituisce alla voce del protagonista e lo avvolge in almeno due scene da antologia: la danza silenziosa nel bagno della metro e l’iconica discesa della scalinata a ritmo del Rock&Roll part 2 di Gary Glitter.

Francesca Paciulli

 

 

 

 

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