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Viaggio nell’eclettismo sperimentativo di Remo Bianco

Inizio percorso… Siamo accolti da una serie di sculture di varia dimensione, forma e materia: quadrati, rettangoli, coni, sovrapposti in un dinamismo che si arrampica fino al cielo, componimenti di uno skyline metropolitano in un futuribile fuori tempo.
Che già contengono la summa dell’essenza dell’arte di Remo Bianco, fatta di eclettismo sperimentativo di strutture e materiali, in una produzione costante e variegata,che esordisce con un “realismo formale” per giungere ad un “astrattismo trascendente”, fuori campo. E fondatesi su una dicotomia tra moto perpetuo e volontà di immortalare, come in un fermo immagine. A fungere da cornice, sulle pareti circostanti, i Collages, creati con la tecnica del dripping (che dobbiamo al suo incontro con Jackson Pollock e l’Action Painting americana negli anni 50), in cui le varie parti così ottenute vengono sminuzzate in tanti frammenti mosaicali quadrangolari e ricomposte in nuove forme: un rinnovato rimescolamento che è rilettura improntistica individualistica dell’artista in un’astrazione espressionistica di ciò che era originariamente.
Basta poi guardarsi un attimo intorno, roteando lo sguardo, per essere abbagliati dai Tableaux Dorés (forse le sue opere più note e numerose), basi di legno, tela, cartone, diversamente colorate con oli e smalti, sulle quali applicare rettangoli di foglie d’oro (talora sostituite da stoffa o paglia), varianti per numero o dimensione, ottenendo ogni volta un risultato differente ma sempre di grande energia, insolito ed inconsueto, sinonimo di una grande libertà espressiva e propositiva. E non possiamo non essere travolti dalla dinamicità dirompente delle opere tridimensionali, geometrie poste su strati di vetro o plastica, che creano un effetto di evanescenza, o sovrapposizioni di pannelli di legno, plexiglas, metallo, intagliati con forme schematiche, crestose o sinuose, in cui il gioco di luce ed ombra è fondamentale nel creare profondità e movimento, che travalicano i margini del quadro per invadere uno spazio senza confini.
Ed improvvisamente arriviamo dove tutto sembra di colpo fermarsi per lasciare un imprinting indelebile nel nostro animo e nella nostra memoria. Quelle impronte di corpi,di piccoli oggetti di uso quotidiano, che emergono fissamente da gomme o cartoni pressati, o vengono raccolti “casualmente” in sacchetti trasparenti, testimonianza del loro essere stati nel tempo, disposti spazialmente con la stessa logica dei Tableaux Dorés, o ancora sommersi da una neve artificiale che su tutto si posa, conferendo un senso di imperitura, eterna, immutabile, tangibile immobilità. Sono le orme di un passaggio, di un passato che è archeologia metafisicamente dechirichiana, di nature morte morandiane ma che vogliono resistere e perdurare. Forse una volontà dell’artista di lasciare un suo “marchio” incancellabile nel mondo, per oltrepassare il limite inoppugnabile ed incontrovertibile della caducità dell’essere e di ogni cosa: “Ho cercato di inserire il mio motivo d’arte la dove la vita e la realtà lo rifiutano, ricordando a tutti che l’arte ha bisogno della sua bandiera”.
Ma “improntare” vuole dire anche riappropriarsi di quel reale “accadimentale” e non certo effimero che sedimenta nel nostro inconscio e restituirlo rinnovato e privato di condizionamenti: “Dichiaro che in un prossimo futuro gli uomini prenderanno le impronte per poter possedere la realtà che ci circonda”… E il percorso continua…

Ombretta Di Pietro

La mostra di Remo Bianco (Milano 1922-1988) ”Le impronte della memoria” è ospitata al Museo del Novecento in piazza Duomo 8 dal 5 luglio al 5 ottobre, tel. 02/88444061 www.museodelnovecento.org. Promossa da Assessorato alla Cultura e Polo Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Milano in collaborazione con la Fondazione Remo Bianco.

 

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