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Il PD tra vecchi riti e recupero di credibilità

Se vogliamo dare un significato al risultato elettorale del 4 marzo possiamo dire che si è trattato di un divorzio di metà dell’elettorato dalle classi dirigenti tradizionali. Lo si deduce chiaramente sommando le percentuali raccolte da M5S, Lega di Salvini, più i voti dispersi sotto quelle sigle minori che raccoglievano piccole aree di protesta variamente collocate. Sono stati pesantemente penalizzati i partiti o le sigle che raccoglievano gli esponenti delle classi dirigenti vecchie e nuove: non solo Pd e Forza Italia, ma anche la vecchia guardia uscita dal Pd per fondare Liberi e Uguali, nonché le varie piccole sigle apparentate col centrosinistra o col centrodestra.
Il Pd è il partito più colpito da questo risultato, perché oggi si trova nella infelice posizione di chi è lo sconfitto dal giudizio popolare e contemporaneamente l’elemento chiave per la risoluzione del problema di governabilità. Una posizione molto simile a quella del PSI ai tempi della cosiddetta prima repubblica. Come spesso accade la tentazione è di cavarsela con un doppio escamotage: riversare sul segretario tutte le colpe e buttarsi a capofitto nella gestione delle trame parlamentari.
Da sempre i partiti si illudono di recuperare credibilità cambiando i segretari e con loro i vertici. E’ una storia vecchia: la si vide nella Dc con Zaccagnini nel 1975 e poi con De Mita nel 1983; nel Psi con la rivolta generazionale che portò Craxi al potere nel 1976; nel tormentato periodo dal 1989 in poi nel Pci-Pds-Ds con Occhetto, D’Alema, Veltroni. Speranze si accesero con la cessione (apparente) della leadership del blocco della sinistra riformista nel 1995 a Prodi. Tutte operazioni con una loro dignità, ma quella che appariva una svolta radicale si è poi rivelata una occasione per consentire il recupero in varia misura da parte dei nuovi venuti di quote anche significative delle vecchie élite dirigenti: e non è che qualche segnale in questa direzione manchi anche nella situazione attuale.
Non è obbligatorio continuare a ripetere gli errori del passato. Il Pd, se vuole mettere a frutto la sua attuale posizione di terzo significativo polo del sistema e lavorare nell’ottica di non darsi per vinto, deve di necessità fare due operazioni molto più faticose che cambiare segretario: la prima è smontare il sistema di clientelismo distributivo in cui ha finito per restare invischiato, anche a livello di poteri locali; la seconda è trovare il modo di divenire il centro di un dibattito sul futuro del Paese che sappia coinvolgere tutte le competenze vere della società senza preoccuparsi se possono essere inquadrate in questa o quella corrente di partito.

Ciemme

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