Il pifferaio, 1866

Manet e la Parigi moderna, fino al 2 luglio a Palazzo Reale

Chiaro di luna sul porto di Boulogne – Édouard Manet 1868

La luce fredda e placida della luna si specchia nell’acqua. Rischiara un gruppo di donne sulla banchina del porto. Tutto attorno è buio, silenzio.
Essere a un palmo di naso dal Chiaro di luna sul porto di Boulogne è un privilegio raro, una vera emozione. Che si può provare a Milano, fino al prossimo 2 luglio, visitando la mostra Manet e la Parigi Moderna.
Al piano nobile di Palazzo Reale, a pochi passi dal Duomo, è possibile entrare nel mondo di Édouard Manet e nella “sua” Parigi di fine Ottocento, in vena di trasformazioni.
Trasformazioni che il pittore francese pre-impressionista, inimicandosi la gran parte dei critici dell’epoca, riuscì a cogliere e trasmettere con grande audacia.
Sono un centinaio le opere protagoniste dell’esposizione – provenienti dal Musée d’Orsay – tra cui 55 dipinti – 17 capolavori di Manet e una quarantina di opere di artisti contemporanei – una trentina di disegni e acquarelli, maquette e sculture.
È una esposizione, quella ideata dai curatori Guy Cogeval – presidente del Musée d’Orsay e de l’Orangerie – Caroline Mathieu e Isolde Pludermacher, che in dieci sezioni tematiche racconta il percorso artistico di Manet e il suo ruolo cruciale nella storia dell’arte. Un percorso che lo vede in compagnia, e la mostra questo lo racconta splendidamente, di importanti artisti suoi contemporanei tra i quali Boldini, Degas, Cézanne, Renoir e Monet, molti dei quali conosciuti al Café Guerbois, il locale parigino accanto al negozio Hennequin, dove Manet si recava a comperare i colori.
E proprio l’uso del colore e della luce ha un ruolo centrale nelle opere protagoniste della mostra promossa da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira. Il visitatore si immerge nello studio del colore (il bianco “sporco” e abbacinante de Il Balcone sorprende al pari del nero notte della veste di Berthe Morisot con un mazzo di violette, pittrice e modella prediletta di Manet), si avvicina discreto ai vivi e vividi luoghi di ritrovo di Parigi (caffé, teatri, L’Operà).
Un trattamento del colore, della luce e della profondità che costò al pittore grandi critiche per tutta la sua carriera. Prendiamo ad esempio Il pifferaio, rifiutato dalla giuria del Salon del 1866, nel quale, ancora memore della suggestione dovuta al soggiorno spagnolo a stretto contatto con l’opera di Velasquez e Goya, Manet si esprime con una tavolozza di colori scarna, privando quasi lo spazio di profondità. Non andò meglio al successivo Il Balcone, esposto al Salon del 1869, ma fortemente criticato.
Vedere oggi tutte insieme queste opere regala una emozione palpabile e un desiderio di leggere oltre quel mistero che pare accompagnare certi sguardi apparentemente immobili. E che dalla tela ci parlano di pensieri, rammarichi e  tormenti.

«Manet e la Parigi moderna» – Milano, Palazzo Reale, fino al 2 luglio, ore 9.30-19.30, giovedì e sabato ore 9.30-22.3, lunedì 14.30-19.30; catalogo Skira.

di Francesca Paciulli

 

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