Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni. Analisi antropologica di un mito del rock

springsteen-libro-isec-donzelliBadlands” (terre cattive) o la “Rabbia giovane”, film di Terence Malick, da cui prende il titolo la canzone. Imbraccia la sua chitarra che spara trasudanti note rock, folk, blues, country, soul, hard, in una commistione di suoni dal forte impatto, questo “heartland rocker”, che tocca i cuori con la sua immediatezza comunicativa. La sua voce roca, profonda, cupa, dà vita alle parole che si materializzano come fotogrammi di una pellicola cinematografica. E in ogni ballata, ogni tocco di corda è un rintocco nell’abisso del nostro animo… Prima ancora di un’icona della musica, Springsteen è un vero e proprio “storyteller”,voce narrante di un “grande Romanzo Americano”, dove prendono forma, nella sintesi pregnante di una canzone, le contraddittorie dinamiche sociali statunitensi, la fine dell’illusione, un forte senso della collettività e del crederci ancora.
In un arco temporale che va dagli anni ’70 fino ad oggi, un continuo divenire del racconto, nel costante cambiamento della Storia, che ne è protagonista così come gli uomini che spesso la subiscono. E allora lo sentiamo, urlante di rabbia (wild), inneggiare a lasciare tutto ed andare oltre frontiera, verso Ovest, on the road, seguendo il fiume (river) tumultuoso del turbinio di passioni speranzose (fire), rincorrendo (run) il grande sogno (dream) dell’affermazione, delle opportunità: “Io non sarò come mio padre!”. Un miraggio presto infranto: “La mia musica ha sempre voluto misurare la distanza tra la realtà e il sogno americano”. E così non si parte più, ma si resta per lottare insieme (“Stand up and fight”!), come in una famiglia (we) dove chi ha di più può aiutare chi ha di meno, in una sorta di empatica solidarietà.
Springsteen risulta in tal senso essere il “cantore” del disagio di tutte le minoranze, vissuto in quelle difficili, disarticolate città (town-dust) che incarnano il paradosso delle sconfitte, degli “aspetti maledetti”, delle facce contrastanti dell’America. Con un occhio di riguardo per la working-class, annientata da tre gradi di alienazione (darkness): quella del duro lavoro nelle fabbriche (factory), che sono silenzio, vuoto, “la morte negli occhi-gli occhi di mio padre, finestre sul nulla”; quella della desertificazione della deindustrializzazione, il vuoto della precarietà lavorativa e di lavori umili che non portano a niente; quella della mancanza di lavoro, il vuoto del non fare. Come non riconoscere in questo anche la nostra storia? Io stessa mi ci sono ritrovata: ho visto lo straniarsi di chi ha lavorato nelle fabbriche; ho vissuto il disagio di lavori a termine che non risolvono il problema; vivo il logorio della mancanza di lavoro, del non poter fare. Così come tanti altri di noi.
Un “cantante-cantore” che si è evoluto nel tempo, passando da canottiere strappate a camicie eleganti, lui che “ci è riuscito” e che lancia un messaggio positivo: “ce la possiamo fare!” (hopes). Che ha raccontato la Storia, sua personale e collettiva, con forte introspezione e senso civico, grande capacità critica ed analitica. E che ancora la racconta… e forse è questo che ne fa di lui “The Boss” (“il capo”), sebbene tale soprannome non gli sia mai piaciuto granché…

Ombretta Di Pietro

Il libro di Alessandro Portelli “Badlands, Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni” (Donzelli Editore) è stato presentato mercoledì 13 gennaio presso la Fondazione Isec, in collaborazione con Laboratorio Lapsus

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