Croce Padre Kolbe: tra scuola e volontariato nelle carceri

carcere_bollateIn occasione della Giornata dei Giusti (proclamata dall’Unione Europea per il 6 marzo su proposta di Gariwo La foresta dei Giusti per commemorare coloro che si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l’umanità e ai totalitarismi) una classe IV dell’Istituto di Ragioneria del De Nicola di Sesto San Giovanni ha deciso di incontrare i detenuti del Carcere di Bollate che frequentano l’omonimo corso di studi però …“dietro le sbarre”. In un certo senso si tratta di detenuti compagni di scuola.
Lunedì 23 marzo, alle 10, presso il Teatro del carcere studenti e detenuti metteranno in scena una pièce del premio Nobel Jonesco, una delle storie “più grandi” accadute ad Auschwitz , quella di Maximilian Kolbe.
L’iniziativa è promossa dalla “Croce Padre Kolbe” e da “Incontro e Presenza”, associazioni che da anni operano sul territorio sestese e sono accreditate presso il carcere bollatese (nella foto) per la loro disponibilità ad accogliere e sostenere il reinserimento dei detenuti.
L’Istituto De Nicola non è nuovo a questo tipo di collaborazioni: alcuni docenti sono consapevoli che l’istruzione e la formazione dei giovani non termina sui banchi di scuola e non è fine a se stessa ma deve introdurre alla realtà e alla società.
Sulla scena non si potranno distinguere gli studenti e i detenuti: saranno un tutt’uno, tutti attori, confusi tra loro nei ruoli chi del deportato, chi dei kapò, chi delle SS … Ma chi interpreterà il ruolo degli evasi che dovranno correre per 10 minuti ininterrottamente al suono della Walkiria wagneriana?
Alcuni detenuti che non volevano interpretare il ruolo delle SS ma si sono dovuti “rassegnare” ad accettare quello degli evasi! Chi sarà Kolbe? meglio un pluri- giudicato…un redento della vita.
L’esperienza teatrale non è soltanto un modo con cui il detenuto vede passare il tempo che in cella non scorre mai; Pavese ha scritto: “l’ora è spietata per chi non attende più nulla!”. L’incontro con gli studenti e la storia rivissuta di Padre Kolbe è un modo per dare vita, significato, dignità al tempo per farlo scorrere verso un destino buono. Parafrasando Pavese, si tratta di far vivere nuove ore e nuovi giorni, un’altra vita, una più giusta perché con un senso: “Nulla è più amaro dell’alba di un giorno in cui non accadrà nulla”, in cui tutte le ore scorrono uguali.
Nel carcere di Bollate gli orologi a parete nei corridoi segnano ore differenti: lì, non serve che il tempo sia preciso, “serve che passi, che non si fermi…” (Zanga), che non sia come le lancette che si trascinano da un minuto all’altro! “Cosa fa scorrere il tempo pietrificato nel carcere? La risposta l’hanno trovata: lavoro e teatro”.
L’esperienza è però educativa anche per gli studenti cosiddetti “liberi” … che in realtà spesso non lo sono veramente. E serve sì, soprattutto(!) agli studenti in libertà, questa iniziativa: non solo perché nel programma è previsto lo studio dell’Illuminismo, del Beccaria e “Dei delitti e delle pene”… bensì perché spesso non sanno apprezzare la libertà che è loro data, che viene vissuta e ridotta al solo tempo libero. Si può essere più liberi in carcere che liberi di andare per le strade del mondo, quando non si riconosce il senso, la bellezza e il valore del tempo che ci è stato regalato.
In conclusione, la finalità sia per i detenuti che per i ragazzi è la stessa: scoprire un’altra dimensione del vivere e il significato delle cose.
Altra finalità di questa esperienza degli studenti è quella di conoscere – al seguito del grande Beccarla – la situazione delle carceri italiane.
Dostoevskij scriveva: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Lo scorso gennaio la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo   ha multato l’Italia «per trattamento inumano e degradante» in diverse prigioni italiane.
Bollate non ha nulla a che vedere con il resto del Paese. Se si vuol constatare che un altro modello di carcere è possibile, basta venire qui, in questa che è una di quelle periferie in cui batte il cuore dell’uomo e di cui parla Papa Francesco: la periferia del Nord di Milano. Poiché l’art. 27 della Costituzione “attribuisce al lavoro dei detenuti un valore centrale nel percorso di riabilitazione”, qui si fa appunto quel che la legge prescrive. Questa di Bollate è una struttura aperta e i reclusi sono 1200: “le porte delle celle si chiudono solo la sera e durante il giorno tutti possono girare liberamente da una sezione all’altra. Qui, a differenza della maggior parte delle carceri italiane, non ci sono problemi di sovraffollamento: 12 educatori e un tipo di vigilanza dinamica permettono alla polizia penitenziaria di gestire l’istituto con poco più di 400 unità” (sito del carcere).
Il direttore del carcere Massimo Parisi: «Bisogna dare un senso alla pena, perché solo così si migliora anche la credibilità dello Stato».
Nel carcere c’è una commissione cultura costituita dal personale, dagli educatori e dagli stessi detenuti che propongono iniziative culturali, attività lavorative e sociali. La collaborazione con le associazioni di volontariato “Croce Padre Kolbe” e “Incontro e Presenza” si situa nella prospettiva di questa attività del carcere che prevede per ogni tipologia di detenuto una risposta punitiva differente, bilanciando l’aspetto punitivo e quello rieducativo della pena.
«Bollate non è certo un paradiso», puntualizza il direttore «ma delle disfunzioni se ne parla al tavolo con i detenuti, che hanno anche forme di rappresentanza interna. Così i problemi non sfociano mai in episodi di protesta, ma si risolvono attraverso il dialogo».

Pippo Emmolo
Insegnante IIS De Nicola Sesto San Giovanni

 

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